martedì 11 novembre 2014

Nelle diverse articolazioni del Mito Rivoluzionario dello scorso Secolo tutto era invischiato nel ‘politico’, anche e soprattutto il Privato, quella dimensione esistenziale che una certa vulgata ideologica si impegnava a strappare dal segreto intimo della vita familiare per portarla alla ‘luce’ generale e necessaria del conflitto sociale e per ‘decostruirla’ una volta emerse alla ‘critica’ le dinamiche economiche condizionanti.
Tutto il processo era interpretato come progresso inarrestabile verso la realizzazione, se non di un prossimo, senz’altro di un ‘certo’ paradiso terrestre, nel quale a ciascuno sarebbe toccato la sorte di soddisfare naturalmente i propri bisogni, una volta dismessi i panni della singolarità egoista e vestiti quelli ‘uniformi’ e perequati dall’uguaglianza proletaria.
Poi, come sappiamo, le cose sono andate diversamente: sotto la coltre del grigio collettivismo di Stato nell’est europeo, e dell’uniformismo culturale e d’élite nell’Occidente radical chic, l’individualismo ha trovato comunque nuovi sbocchi di affermazione – tra cui anche la riscoperta del Sacro e il parziale sdoganamento del ragionamento metafisico – ed il sogno socialista si è frantumato non solo perché ‘schiacciato’ dal crollo del Muro ma, ben più in profondità, dal progressivo moto di ribellione delle coscienze frustrate di quei cittadini/insetti/ingranaggi parte di quei regimi ‘popolari e democratici’ che dopo anni di ateismo di Stato e di egualitarismo legalmente imposto - e tarato inevitabilmente verso il basso - non chiedevano altro che merito, differenziazione, possibilità di crescita, ricchezza, libera scelta e, non per ultimo, Dio.
Di certo anche tale rivolgimento ideologico - divenuto ormai ‘dominante’ - verso il ‘Singolo’ e la sua affermazione (a distanza ormai di 25 anni dalla fine dell’impero sovietico), sta lasciando residui e tracce nefaste, errori, esagerazioni ed estremismi soggettivistici che rischiano di impoverire del tutto quel che resta del concetto di Stato e di un sentimento di collettività che, lungi dall’essere retaggio del vecchio e dello sconfitto, rappresenta, invece, una ineliminabile dimensione della Persona. Ma non tutto è perduto, e mai nessuna epoca dell’avventura umana si è svolta davvero nel vuoto pneumatico.
Oggi, tra i ‘giovani’, non è più di moda disquisire di rivoluzione e di sorti progressive e necessarie, e, di certo, il paradigma “il privato è politico” non è più interpretato – come fecero anche i loro coetanei sessantottini - come un legittimo ‘movimento’ verso la compiuta espropriazione di una intimità vissuta solo come una eredità di tradizioni destinate ad essere travolte da un destino di Soviet, di cooperative, di Kibbutz, nei quali con l’individualità egotista sarebbe stato cassato ogni luogo intermedio del libero esercizio della Persona: matrimonio, famiglia, casa propria, libero impiego, libero svago; insomma tutti quei luoghi dell’anima nei quali il numero ristretto, la selezione e l’esclusione, la cernita degli affetti e degli impegni, avrebbe contraddetto l’obbligata permeabilità collettiva e solidale di una nuova politica, di una Nuova Società senza discriminazioni, appunto, né classi e chiusure.
Le nuove generazioni, figlie del disimpegno post contestatario e della disfatta dei miti di ‘liberazione’, possono non sapere nulla del conflitto ontologico tra capitale e lavoro, né della necessità scientifica della sconfitta del capitalismo, ma sanno ancora dibattere di vita e politica, declinando questi termini nell’ambito di nuovi modelli ideologici (figli di una rinnovata forma di affermazione liberante del Privato), sono i temi delle differenze di genere (non più ‘analizzate’ esclusivamente nell’ambito del ghetto femminista), dei diritti degli omosessuali (tra i quali si rivendica in primis il diritto tradizionale al matrimonio e alla famiglia), dell’accesso alle tecniche di procreazione assistita (altro che aborto!), delle scelte individuali sul fine vita, intuite queste ultime da un lato come un ponte spirituale, cimento verso le Cose Ultime (altro che ateismo di Stato!) e, dall’altro,  come affermazione liberale di limiti invalicabili da parte dell’’Organizzazione Pubblica, compresa quella sanitaria.
Potremmo parlare di biopolitica, o ancora meglio, di un nuovo tipo di riconoscimento politico delle scelte di vita, oggi ripiegato sulla persona in sé, sul suo proprio valore e non sulla classe sociale di appartenenza, né sulla applicazione di un concetto astratto di Giustizia.
Per molti tale ripiegamento intimo è negativo: Žižek – nel suo saggio del 2013 “In difesa delle cause perse” - parla apertamente di abbandono scellerato delle Grandi Cause Rivoluzionarie del passato a favore dell’affermazione reazionaria di un pensiero debole incapace di visioni energetiche e, quindi, violente, nel senso di quella violenza pura e divina così bene tratteggiata da Benjamin nel 1920 ed alla quale tutto si può perdonare – magari anche le vittime – perché indirizzata ed orientata alla Giustizia ed alla Verità fulminea, scientifica appunto.
In realtà, però, l’approfondimento del solco che divide, oggi, agenti pro vita e pro choice, difensori del matrimonio tradizionale e transgender che vogliono accedere al matrimonio, cultori dell’eutanasia e carnefici dell’accanimento terapeutico, familisti morali ed amorali, non evidenzia - a mio parere - una rinuncia ai grandi temi ma una loro riformulazione incentrata sulle istanze di libertà di un singolo che rivendica esclusivamente a sé quei ‘luoghi’ che si intende sottrarre all’attrazione del mito dell’emancipazione collettiva; non si tratta più, quindi, di lottare per l’affermazione di un Paradiso intra temporale ma di certo non si può dire che il tempo della lotta contro l’inferno del sopruso e dell’ingiustizia sia finito solo perché il buon senso e lo scetticismo verso facili ricette utopistiche ci impediscono di sacrificare la libertà individuale sull’altare della Giustizia Totalitaria.
In tale quadro, quindi, lo scontro effettivo – quello eminentemente spirituale - non è tra le opposte fazioni in campo sulle tematiche relative a quelli che in Italia chiamiamo diritti civili (e che in America, più correttamente, vengono definiti diritti sociali) ma si svolge – e ciò è paradigmatico all’interno delle Sinistre – tra chi vede nell’ancoraggio alle libertà individuali (anche religiose) una possibilità ancora non completamente esplorata per il riscatto sociale – penso all’autocritico Bertinotti che si mette volontariamente a scuola di liberalismo e a tutti i sinceri riformisti - e coloro, ad esempio i neo putiniani convertiti sulla strada dell’antiamericanismo di sempre (penso, ad esempio, al Fusaro di ‘Bentornato Marx’ che si fa Ortodosso e cesaropapista o al filologo Luciano Canfora che contro la fede religiosa dei Tibetani firma appelli a favore della repressione cinese), i quali bocciano tali questioni e tali dinamiche come piccolo borghesi, come sterili e debosciate trivialità liberali dalle quali solo la fine del capitalismo – magari con l’aiuto ‘storico-necessario’ dei terroristi islamici – ci potrà liberare, liberandoci probabilmente – aggiungiamo noi – dall’uomo stesso, da una complessità irriducibile ad unità che si tenta ancora una volta di ‘ridurre’ per ragion di Stato.
Di uno Stato nuovo si intende, forte ed autoritario (il regista russo Andrej Konchalovskij, ad esempio, oggi contesta le libere elezioni e la tutela di ‘reperti archeologici’ quali i diritti umani) che si dovrà necessariamente imporre contro le deboli ragioni dello Stato di Diritto, di quello stato fondato su leggi, costituzione e personalismo che consente in Occidente l’emergere e la diffusione capillare di un dibattito – penso, ad esempio, a quello sul matrimonio degli omosessuali – che vede il confronto pubblico, acceso, vitale e comunque proficuo (nel senso della conoscenza e della comprensione) di parti che vanno comunque nella stessa direzione: quella del riconoscimento liberale e democratico - ma anche cristiano e sociale – del fatto che il privato non è del tutto politico ma è senz’altro di interesse pubblico il suo libero esplicarsi nelle scelte di coscienza, perché non di solo pane vive l’uomo (Matteo 4, 4 e Luca 4, 4).
 

giovedì 11 settembre 2014

Diego Fusaro: io sto con Putin

Fusaro, da sempre, difende tutto ciò che è anti americano. Disconoscendo il fatto che ormai il potere mondiale è plurale e multipolare il suo esercizio ormai non unitario, continua a prendersela con la 'super-potenza'. il fatto,poi, che attacchi le libertà civili opponendoli ai diritti sociali è indice di una visione 'comunitarista' delle esistenze in spregio della singolarità. Mi sembra più inter...essante il discorso 'inverso' di Bertinotti che vuole recuperare a sinistra la lezione liberale - e anche americana - della tutela delle libertà dei singoli. è vero che unioni civili, fecondazione assistita, libertà di pensiero e di azione, non esauriscono i bisogni umani e che, spesso, destabilizzano i 'valori di comunità' assodati e tradizionali (questo piace a Fusaro di Putin ... la preminenza del sociale/generale sull'individuale/eccezionale) ma la statolatria russa e il tradizionalismo ortodosso a parte tale garanzia di 'stabilita' non ha certo effetti 'liberanti' ... e di questo un uomo di sinistra si dovrebbe preoccupare. per quanto riguarda la citazione di Schmitt, Fusaro ha senz'altro ragione ,,, la retorica dei diritti umani usata come una clava nelle diatribe internazionali ha il solo effetto di escludere il contendente dall'alveo dei 'paesi civili' fomentando lo scontro ... ai diritti umani - nudi e crudi, astratti e di 'sopravvivenza' - andrebbe sostituita l'affermazione dei diritti civili - giuridici, tutelabili e figli di una cittadinanza condivisa ed introitata a livello di pensiero - ma questa, appunto, è la lezione liberale (e anche capitalista) e non quella di Marx. Comunque l'articolo è molto interessante perché Fusaro non è mai banale, ne consiglio la lettura.http://www.barbadillo.it/24838-diego-fusaro-sto-con-putin-perche-ho-letto-kant/

sabato 30 agosto 2014

a Miguel De Unamuno
(scritta il 17.10.2012)
Cristo guarda in Croce se stesso?
riflette Dio sull'uomo tradito?
domande senza senso per chi è Uomo e Dio,
per Chi sulla Croce ci sta tre volte:
una, assiso come un Re
l'altra, crocifisso come reo
la terza, altero sacrificio ... apogeo.

martedì 12 agosto 2014

Che cosa colpiva in Robin Williams? Sembrava non recitasse .. ed aveva un sorriso aperto ma a labbra strette.. come di uno che ha già sofferto tanto e sa che soffrirà in futuro … anche se oggi è allegro.


Era lieve ed allo stesso tempo segreto … come nell’attimo fuggente, quando, come un coccodrillo, dopo la provocazione, dopo la spinta nel baratro, pianse per l’allievo suicida … per l’allievo che aveva instradato - grave colpa, Forse dolo - verso la poesia, verso “l’inganno” della Parola, verso la verità della passione che sconfessa ogni concretezza, ogni interesse, ogni carriera.

Forse, oggi, è lui che si è suicidato … dicono che era depresso … che beveva …. ma guai a giudicare, guai a cedere alla curiosità che vuole “illuminare” – con il fioco riverbero della ragione a posteriori – gli abissi dell’animo umano.

Dio (almeno lo spero) gli chiederà conto solo dei suoi film … come un critico cinematografico senza pregiudizi e preconcetti non potrà che godersi, ancora una volta, beato Lui, lo spettacolo di una creatura speciale, di una sua creatura, che ha saputo conquistare tanti cuori all’arte ed alla vita.

sabato 2 agosto 2014

Su Adriano Sofri la si può pensare in una svariata di modi.
per alcuni è stato semplicemente un assassino vittima della sua passione politica,
per altri un innocente sacrificato sull'altare della giustizia mediatica.
per me - nell'esercizio di distinguere tra verità storica, giudiziaria e politica -
Sofri è essenzialmente un intellettuale che - lottando in primo luogo contro di sè -
ha conquistato la 'libertà' nell'evoluzione della sua tragica storia .. e ciò significa che è ontologicamente 'libero' da sempre. se Pasolini avesse avuto la fortuna di un futuro, avrebbe avuto lo stesso percorso:
dall'ideologia della Verità alla possibilità della concretezza da svelare.
Proprio al nucleo di tale percorso, Sofri si mostra essenzialmente come 'Giornalista'.
di seguito pubblico un piccolo estratto di un suo reportage da Israele uscito su Repubblica
 venerdi scorso.
Solo un grande narratore di eventi e un chiarificatore di stati d'animo e destini può giungere
ad esemplificare in tal modo la tragedia dello scontro esistenziale - cioè 'per la loro stessa possibilità
di esistenza' - di due popoli così intrecciati:
l'Arabo diventa (che sia consapevole o meno non importa nulla a tale livello di realtà)
 metafora vivente dell'Ebreo Davide innanzi a Golia l'annientatore di ebrei ...in tutti i tempi ed in tutti i luoghi ...  e L'Israeliano diventa (volontariamente o meno nulla toglie alla tragedia)
'memoriale' ribaltato della Shoah.
nell'era di You Tube e delle telecamere diffuse capillarmente solo l'analisi di chi si stupisce
pur sapendo, può mostrare ciò che sfugge alla nuda immagine, alla sterile cronaca:
gli opposti si implicano e i cambi di ruolo paradossali - quando emergono - possono portare
alla Pace lungo la strada del perdono reciproco sancito dal diritto.
 
 
"[....] poi comincia lo scontro. Ragazzi palestinesi lanciano con le fionde: non quelle con la forcella,
quelle che si fanno roteare fino a rilasciarne un capo, in modo da ricordare
più incresciosamente il pastore Davide. un soldato di Israele grida: vuoi altro GAS?,
ricordando anche lui qualcosa di terribile, senza volere
" (Adriano Sofri).
 

sabato 26 luglio 2014

pubblico di seguito una mia risposta ad un post di una mia amica che mia accusa di essere 'berlusconiano' per certe mie critiche a certi magistrati penali. vi chiedo un parere ... non sul mio cripto berlusconismo .. quello è certo ... sono andato anche al 'Milionario' ,,, sono, come Renzi, un evidente frutto dei palinsesti Fininvest ... ma sul ruolo del Diritto, della Giurisdizione e delle garanz...ie nello stato di diritto ... queste cose appartengono alla destra o alla sinistra? o, meglio, a quale destra e a quale sinistra?

"il libro di Fiandaca (La Mafia non ha vinto, Laterza) - sui cui testi ho studiato all'università - è illuminante e, soprattutto, è il frutto di un giurista attento allo stato di diritto, di un liberale che venera la legge e che da sempre ha contribuito nella sua terra alla battaglia anti mafia ... ma attenzione non alla battaglia astrusa, sociologistica, veteromarxista e antigiuridica di Ingroia ma a quella sapida e fruttifera di Sciascia, di Falcone e Borsellino. Il saggio di Fiandaca ha il pregio di mostrare cosa può diventare il diritto quando viene piegato al fine di dimostrare in un'aula di giustizia un teorema, una visione, una speranza politica. Di certo non hai letto le carte ... ti suggerisco la memoria scritta da ingroia a sostegno della sua richiesta di rinvio a giudizio per la c.d. trattativa .... tu qualcosa di diritto hai studiato e non avrai difficoltà di apprezzare l'assoluta mancanza di linguaggio giuridico del personaggio ... ed infatti lui, spesso, ha detto che attraverso i suoi atti vuole fare sociologia, Storia, psicologia ... peccato che non riesca a fare Diritto, semplicemente perché ne disconosce l'autonomia di scienza, i caratteri del compito della giurisdizione e, soprattutto, la differenza che esiste e che deve sempre esistere tra verità storica (le tante possibili) - la cui ricerca è appunto demandata all'analisi degli storici - e verità processuale ... quest'ultima DEVE essere piegata alla legge, alla sua certezza, alla sua astrattezza ed impersonalità .. altrimenti lo stato di diritto si trasforma in stato di polizia, in stato etico: ti ricorderai, di certo, le celebri pagine di Gentile sul punto. come vedi queste critiche sono critiche 'da sinistra' ... il garantismo - che il tuo di certo venerato Travaglio (allievo di Montanelli e dichiaratamente di destra) declina come 'gargarismo' . è patrimonio in tutto il mondo civile della sinistra .. e, per fortuna, anche grazie al contributo di persone come il prof. Fiandaca sta tornando ad esserlo anche in Italia. Il fatto, poi, che il qualunquismo giustizialista sia patrimonio ideale anche di Grillo conferma le mie diagnosi sulla natura destrorsa del suo movimento ... cara mia tu stessa mi hai detto di tuoi compagni di viaggio politico che sbandierano la loro appartenenza all'area movimentista delle destre politica nazionale. La stessa gente che negli anni 60 faceva i campi hobbit con Rauti oggi 'frequenta' il grillismo con la stessa ambizione: (s)fasciare il sistema democratico .... distruggere la sacra forma del Diritto e delle Istituzioni per impiantare una dittatura sostanzialistica nella quale alla magistratura penale è demandato il controllo non solo dei reati ma anche dei 'peccati' .... come non ricordare a questo punto Orwell e 1984 .... ti ricordi Orwell, quel sinistrorso garantista, quel liberal socialista che il tuo grillo ed il tuo travaglio, oggi, avrebbero senz'altro stroncato a mezzo stampa e blog come 'pannelliano'. cara Giusi, ti apprezzo e ti voglio bene, so quanto vali .... non capisco le tue scelte vaccinali ma va bene lo stesso .... ma soprattutto non capisco il tuo grillismo ... guarda che sei male accompagnata .. ti sei accorta che aleggia su di voli oltre al 'Grande Fratello' di Orwell anche quello ancora meno nobile di Casalino e company? ti sei accorta che la gente - almeno il 43% degli elettori, secondo gli ultimi sondaggi - non intende più dare consenso al qualunquismo? magari neanche più al qualunquismo giudiziario di altri piccoli grandi fratelli, come il fratello di Borsellino che dopo un mucchio enorme di cazzate dette alla commemorazione di quel gigante di Paolo ... scende dal palco ed abbraccia il figlio di Ciancimino, uno che fa schifo solo a guardarlo, un mafioso vero, un nemico dello Stato che si sta servendo di tutti voi - grillini, popolo viola e sinistra antagosnista - per distruggere le nostre Istituzioni. concludo con lo stesso invito fatto da Renzi al tuo Grillo: ESCI DA QUESTO BLOG!!!!!!!!!!!!!!!!!"

venerdì 18 luglio 2014

venerdì 13 giugno 2014

Agli inizi del secolo scorso, Piero Gobetti, il filosofo della ‘Rivoluzione Liberale’ (rivista edita dal 1922 al 1925), nell’attuare l’analisi lucida dell’ossimoro insito nella posizione politica – purtroppo minoritaria - di chi intendeva imboccare una ‘nuova via’ di sintesi tra socialismo e liberalismo, individuava una possibile convergenza ideale tra il fronte movimentista del sindacalismo operaio e le forze più dinamiche e moderne dell’intraprendenza privata nell’ambito di un chiaro quadro liberale di riferimento, inteso come cornice legale inderogabile all’interno della quale si sarebbero mosse liberamente le dinamiche sociali di scontro. Orbene, a distanza di quasi un secolo le sensibili differenti posizioni espresse da Landini (FIOM) e Camusso (CGIL) su Renzi ed il suo governo modernista e “blairiano” lasciano perplessi solo chi non riconosca operante – sul punto – non tanto la classica distinzione “destra-sinistra” ma quella più concreta “conservatori –riformatori”.
A fronte di una posizione totalmente critica espressa da Camusso nei confronti delle politiche di Renzi, Premier accusato di sterile giovanilismo e di autoritarismo antidemocratico e nemico della concertazione sindacale, Landini – che già da tempo si è espresso negativamente nei confronti della prassi concertativa chiamata al compromesso pacificante più che al coraggio della Riforma - si è detto ‘colpito’ favorevolmente dall’aumento degli 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti, confessando che mai nella sua attività sindacale avrebbe sperato di intascare, d’un colpo, un risultato economico così importante: quasi una mensilità annua aggiuntiva in media.
Dietro a queste diverse posizioni espresse nei confronti di un governo impegnato in politiche liberali, anti burocratiche e anti corporative, si riconosce una convergenza di interessi tra gli attori sociali più energici e produttivi. Sia l’imprenditoria schiettamente inserita nel mercato ed avulsa da aiuti di Stato e altre prebende pubbliche, sia “l’aristocrazia operaia” mossa dall’impulso di democratizzare il più possibile la rappresentanza sindacale riportandola sul terreno proprio delle lotte contrattuali e sottraendola dall’attrazione politica e parastatale, necessitano, infatti, di uno Stato da rivoltare come un calzino, di una rivoluzione liberale, appunto, che liberi il lavoro e l’impresa, favorendo l’assunzione del rischio, la responsabilità ed arricchendone gli apporti produttivi magari in un’ottica di compartecipazione alla gestione. Un “cambiamento di verso” che elimini il più possibile l’influenza politica sulle élites imprenditoriali e sindacali e che – per quanto riguarda l’ambito pubblico-statuale - porti a fissare chiare e semplici ‘leggi minime’ nell’ambito della cui certa applicazione il libero scontro degli interessi possa portare a più proficui risultati, sia nel senso della maggiore produttività del lavoro che dell’aumento contrattuale del salario. Solo in tale ottica si comprende il piano governativo, inserito nella Legge Delega in materia di lavoro  - osteggiato dalla CGIL che ha il timore di perdere potere di influenza ed iscritti – di fissare “per legge” la paga minima oraria dei lavoratori dipendenti, sanzionandone la violazione con il carcere, sia la proposta di Landini – anch’essa contrastata dai vertici della maggiore sigla sindacale del Paese – che sfida il governo a promuovere un disegno di legge sulla rappresentanza sindacale  – magari fondato su primarie – che dia finalmente attuazione all’art. 39 della Costituzione che sancisce per i sindacati un ordinamento interno a base democratica.
 

venerdì 3 agosto 2012

il centro politico


  • il filosofo ebreo Taubes affermava di condividere con 'l'antisemita' Schmitt lo stesso concetto negativo sul centro politico. Sia il rivoluzionario escatologico che lo statalista destrorso, quindi, squalificano il centro come indeterminato, indeciso ed occasionalista al confronto con le proprie opzioni 'forti' di destra o di sinistra poco importa... in sintesi ciò che conta per gli araldi del pensiero politico 'forte ed escludente' è l'idea, l'idea salvifica diremmo meglio... ed a Taubes appare evidente come il centro non abbia nel proprio dna una tale idea di salvezza immanente a portata razionale dell'uomo e delle sue costruzioni politiche mondane.
  • in effetti, il centro politico, e nello specifico il centro politico europeo di ispirazione cristiana, non possiede un idea forte ed ideologica della politica; non intende sovvertire (o restaurare) la società e lo stato per realizzare la storia e le sue promesse. Ma perché questo? perché tale difetto ideale? io qui tenterò una risposta: è perché i centristi sono dei pessimisti! in profondità coltivano una antropologia negativa ed un razionalismo debole che impedisce loro di appassionarsi alle soluzioni estreme e radicali rivoluzionarie o tradizionaliste.
  • il filosofo cattolico Del Noce in un bel saggio introduttivo al saggio 'La  nuova scienza politica' di Voegelin sottolinea una profonda differenza teoretica tra la gnosi classica e la gnosi  post-cristiana. la seconda, nel concentrare l'attenzione sulle capacità razionali dell'uomo-prometeo abbatte ogni dualismo per disegnare in definitiva un progetto, un piano scientifico di piena realizzazione mondana, di piena coincidenza di realtà e razionalità (si pensi al debito teologico che il marxismo ma anche il nazionalsocialismo ha con la gnosi intrastorica di Gioacchino da Fiore); la prima gnosi, invece, quella classica che pure rivive, per Del Noce, in celeberrimi passi dell'opera di Simon Weil, è radicalmente pessimista sulle capacità operative umane e sul destino di questo mondo e ciò  perché riconosce all'opera - nell'immanenza storica - non solo la forza paradossale e salvifica della straordinaria ed unica Incarnazione ma, soprattutto, la forza terribile della croce, della sentenza ingiusta, della scelta per Barabba e non per Cristo.
  • Da tale scetticismo cristiano cosa ne deriva politicamente? l'accettazione piena del dualismo, della irriducibilità dei due Regni (delle due Città) e ciò significa intendere la politica come essenziale attività pragmatica diretta a realizzare non sogni ed utopie ma il bene comune, il migliore dei mondi possibili in un quadro complessivo di miseria e penuria che richiederebbe preghiere e penitenze più che azioni rivoluzionarie tese a santificare e sacralizzare determinate opzioni politiche, sociali ed economiche rispetto ad altre.
  • essere di centro e cristiani significa, in breve, credere nell'Eterno che irrompe nel tempo per il tramite della coscienza, della tradizione e della fede religiosa ed essere guardinghi verso tutte quelle ricette semplici e populistiche che promettono di risolvere unidirezionalmente e astoricamente - cioè per sempre - gli universali problemi delle società umane, dalla guerra, all'ingiustizia, alla mancanza di libertà politica e civile.
  • in ciò consiste, quindi, il moderatismo del centro: non arrendevolezza di fronte al male radicale ma consapevolezza dei limiti umani e coscienza della complessità delle dinamiche sociali; complessità che può richiedere duttilità strategica nelle ricette da porre in essere e capacità critica tale da predisporre, al di fuori da qualsiasi ideologia progressista, dei piani di rientro e di correzione di rotta.
  • il centro politico è centro mobile di ricette variabili, soprattutto sul piano economico, che decide di non piegare la realtà e la sua variegata complessità e bellezza ad un piano 'razionale' di compiutezza politica definitiva ma che, riconoscendo l'intrinseca fallibilità dell'uomo e dei suoi progetti, concepisce la politica come freno all'anomia, come freno all'ingiustizia, come argine all'oppressione. E' chiaro che l'azione frenante, il 'katechon' paolino, può ad una lettura frettolosa del reale apparire come conservatorismo.... ma ciò è l'ultima illusione del progressimo e del regressismo storico; in realtà l'azione frenante è pur sempre azione, pur sempre progetto che non mira però a realizzare immanentisticamente l'uomo e la sua società perfetta ma che ha l'obiettivo a liberare il singolo, la persona dai vincoli - anche ideologici - che ne impediscono la piena realizzazione storica e sovra storica, nel segno della libertà.


sabato 26 novembre 2011

governo politico o governo tecnico? l'opzione commissaria come risposta all'emergenza democratica.

voglio fare qualche considerazione sul problema 'governo tecnico o governo politico'.
il problema, in effetti, è tutto politico e si avviluppa in una finzione.. non esiste, infatti, governo di uno Stato che non sia politico, ossia che non sia determinato da una particolare intensità di relazione, di incontro e di scontro che chiamiamo 'politica'.
la politicità d'un esecutivo non dipende, quindi, dalla appartenenza dei suoi membri ad una qualche organizzazione partitica, nè, tanto meno, dipende dalla legittimazione popolare 'attraverso il voto' che un tale esecutivo abbia avuto o meno; con particolare riferimento a questa ultima affermazione voglio precisare che la legittimazione democratica afferisce al 'carattere' d'un dato governo e non alla sua 'natura politica o meno', argomentando a contrario, infatti, dovremmo escludere - paradossalmente - dal novero degli esecutivi politici le esperienze dittatoriali del novecento europeo, che certo non erano legittimate dall'espressione libera e periodica del voto ma, nonostante ciò, furono 'iperpolitiche' in quanto subordinarono ad una visione ideologica del corso storico sia le forme dello Stato che le libertà della società civile.
tornando al quotidiano, il governo Monti trova la sua legittimazione politica nell'azione sovrana del capo dello Stato che - pur se in maniera sottile - ha esercitato 'materialmente' poteri di emergenza dettati dal caso di eccezione che è rappresentato dalla crisi economica e nella fiducia espressa dal parlamento della repubblica che, con tale atto, si è assunto la responsabilità della ratifica dell'azione di surplus politico esercitata da Napolitano.
invece di discutere sulla politicità o meno del governo Monti sarebbe più interessante interrogarsi sul l'esercizio della sovranità in Italia e sulla crisi della rappresentanza parlamentare incapace, perchè asservita ai capi partito, di assumersi il compito di giuda del Paese.
io non sono un difensore accanito del sistema parlamentare, riconosco i suoi limiti e mi trovo d'accordo con molte ipotesi di riforma 'neo-parlamentare' che riconosca maggiori poteri al capo del governo... o al capo dello Stato, ma mi fa ribrezzo l'assoluta assenza di consapevolozza di chi attualmente riveste il ruolo istituzionale di Legislatore. 
l'unico atto autenticamente politico - cioè, lo ripeto, decisivo ed intensivo nella libertà sua propria - compiuto dal Parlamento italiano attuale è stata proprio la fiducia al governo Monti.
in precedenza, i  parlamentari di maggioranza e di finta opposizione si sono 'fatti conoscere' o per la subordinazione totale e acritica ai voleri del 'duce nominante' Berlusconi, o, nel momento in cui la crisi del governo si è manifestata chiaramente, per la capacità, questa sì davvero impolitica, di prostituirsi al maggiore offerente.
di fronte a questo spettacolo, il popolo italiano non dovrebbe solo richiedere il ricorso  veloce alle urne ma, prima di tutto, esigere dai partiti chiarezza e meritocrazia nella selezione delle classi dirigenti e da se stesso la forza morale necessaria per liberarsi dai meri interessi individuali e familiari che troppo spesso - in zone importanti del nostro paese - condizionano negativamente l'espressione della Volontà Generale.
tale atto di responsabilità morale collettiva potrebbe giungere anche alla sospensione delle elezioni per la copertura delle cariche istituzionali per il periodo necessario a 'sanare' la società  dall'infezione incivile, impolitica e democraticamente deleteria generata dalla supervenienza dell'interesse privato di consorteria sull'interesse pubblico. 
è ciò che io penso si debba fare per molti comuni calabresi e, forse, per la stessa regione calabria.
in realtà è la stessa legalità costituita che prevede in determinati casi tassativamente previsti il ricorso a tale forma di commissariamento democratico, non si tratta, dunque, di auspicare un golpe, ma, più realisticamente, di porre in essere tutte le azioni di emergenza necessarie per riempire di contenuto davvero politico e davvero democratico le forme abusate della rappresentanza.
il dubbio che potrebbe correttamente sorgere è questo: siamo davvero in emergenza? davvero la democrazia reale  e la meritocrazia rappresentativa si è eclissata nel meridione? siamo certi che le consorterie affaristiche - impolitiche perchè piegate sui propri interessi economici - si siano impossessati dei meccanismi formali elettivi condizionando il voto in ampie zone del Paese?
......................................... io la mia risposta me la sono data!..... e la riconfermo ogni qual volta accedo ad un ospedale pubblico, partecipo ad una selezione regionale, conosco le espressioni locali della dirigenza istituzionale.

venerdì 4 novembre 2011

è morta la signorina!

come può un caso così particolare come la morte improvvisa d'una anziana parente divenire universale?
come può la morte di una sconosciuta divenire morte significativa?
forse solo il racconto può tanto, solo il desiderio inarrestabile di sconfiggere l'oblio con la conquista dei cuori, con l'amore.
si, proprio così, di amore si tratta nel piangere la debolezza intima d'una vita semplice che si spegne dopo essere vissuta di poche, forti cose.. come la fede.
una cosa mi ha sempre impressionato di Maria, la certezza folle, sconsiderata, immotivata, mille volte ferita e abusata, di essere oggetto dell'attenzione di Dio.
con Lui ha vissuto gli ultimi anni di solitudine, con Lui ha condiviso la quotidianità dei poveri pasti, a Lui ha confessato errori e trionfi d'una esistenza privatissima.
ma come si fa a credere in Dio in questo modo? come si può pregare l'assenza con tanto ardore? come si fa ad essere tanto sicuri senza ideologia, senza ragione?

oggi muore questo segreto ..... ed in questo segreto si raccoglie un dolcissimo, perduto, universale

mercoledì 20 luglio 2011

Emil Fackenheim

Tiqqun

ho da poco finito di leggere il bel libro di emil fackenheim intitolato tiqqun, ossia la riparazione ... la necessaria quanto (im)possibile 'riparazione' del mondo dopo l'olocausto.

il testo è dei primi anni '80 e nel 2010 è stato riedito dalla Medusa.

per fackenheim l'olocausto non rappresenta semplicemente un episodio storico, un evento terribile ma travolto dallo scorrere del tempo; egli assegna all'olocausto un ruolo ontologico, o meglio, il ruolo di rottura dell'ordine dell'essere.

proprio per questa caratteristica di 'assoluto' lo sterminio degli ebrei non può essere colto dall'analisi metafisica nè da quella teologica, anzi ne costituisce il limite, il confine invalicabile e la totale messa in discussione.

l'autore si sofferma sulla possibilità di una filosofia e di una teologia dopo la shoah ... la risposta non è chiara e ciò volutamente in quanto ancora oggi tale possibilità consiste in un compito non assolto con gli strumenti migliori.

la tesi della arendt, per esempio, rischia di sacrificare sull'altare della 'banalità del male' la crudeltà coessenziale degli uomini normali, degli idealisti convinti di adempiere all'imperativo categorico mentre si affogano bimbi in una vasca.

in effetti, ciò che colpisce nell'analisi del filosofo ebreo è la lucida analisi antropologica ... non è vero che solo il bene può compiere cose grandi e per ciò non banali... anche il male può giungere a vertici abissali ed estremi di grandezza inconcepibile!!!

tutto questo interroga gli uomini, tutti gli uomini, ebrei, cristiani e laici e li inchioda a ciò che è avvenuto e che, quindi, può ripetersi ancora ed ancora.....

proprio il valore di erignis, dell' appalesarsi di un 'mondo altro' rispetto a ciò cui eravamo abituati fa dell'olocausto una rottura nella trama dell'essere, un suo nuovo corso che tutto piega, soprattutto la riflessione filosofica e teologica, e tutto interroga.

a tale domanda non c'è risposta facile, lo stesso fackenheim insiste nel concentrarsi sull'assurdo che si è realizzato, sulla violazione dell'idea di uomo, più che sulla fase ricostruente.

ciò che brilla è il tiqqun già tentato (e,forse,realizzato) dalle vittime nel corso stesso della 'rottura': gli ebrei del ghetto di varsavia, gli studenti della rosa bianca, bonhoeffer e i tanti nei campi di concentramento che resistettero alla loro trasformazione in muselmanner.

forse il tiqqun si è imposto grazie alle vittime stesse, forse solo loro furono capaci di ciò che oggi è un azzardo: dare speranza ad un mondo violato, ad un uomo svilito.

quale parola, infatti, può attribuirsi senso innanzi al baratro di ciò che accadde?
chi può oggi legittimare se stesso come uomo di fronte alla morte dei bombi strappati alle madri e cacciati vivi a forza nei forni crematori?

giovedì 28 aprile 2011

una nuova poesia

fuor di controllo
..........................

troppo forte è la vita, troppo pesante la paternità

per non cedere del tutto all'abbraccio d'una felice abitudine;

su questo altare sacro, dunque, immolo la mia poesia, la libertà.

e non sono triste più di tanto ... forse era ora

che la parola cedesse terreno al fiato

che lo spirito s'arrendesse al risucchi del silenzio

e al trapasso.

in fondo, proprio sul fondo molle della mia verità,


mi sono regolato al tempo nuovo come un meccanismo esatto:


e non sono poi così importante, così preciso.

più di me , oltre me, può il futuro e l' (im)possibile salvezza.


e rido, oggi, nel sapere che una goccia d'acqua mi può uccidere


come un sogno assetato mi può riportare a vita,


fuor di controllo

lunedì 14 marzo 2011

lo scarto tra essere e dover essere

Le questioni riguardanti il tema della giustizia nella modernità sono molto interessanti e coinvolgono profondamente il nesso tra realtà e idea, tra essere e dover essere.

cerco di spiegarmi meglio, le tesi, ad esempio, di Rawls sono condivisibilissime, ed egli riassume in se il meglio del pensiero liberale e democratico che si è esercitato sul problema della giustizia politica e sociale. il suo contrattualismo giunge ad una 'ragionevole' sintesi tra differenza ed egualitarismo fondando l'analisi sul concetto di equità e di buon senso.....

il problema che emerge da queste disquisizioni teoriche, però, non mi pare tanto quello di interrogarci sulla condivisibilità o meno di una teoria così 'sensata' ma, più significatamente, mi appare il seguente:

nel mondo (nel secolo) c'è scarto tra l'idea e la contingenza? e se si è possibile, in terra, una mediazione tra questi due termini?

...preciso meglio: secondo me la realtà che viviamo non è razionale, anzi è il più possibile lontana dalla razionalità perchè l'uomo è spinto non solo dalla logica ma da altri più significativi impulsi egoistici che lo portano a 'creare' il mondo in cui opera attraverso scelte che si allontananno grandemente da ciò che - secondo razionalità e buon senso - 'dovrebbe essere'.

nonostante questo è bene che l'uomo conservi, in privato come in società, consapevolezza di questo scarto e che coltivi il 'dover essere' come un fine a cui tendere, come un metro al quale cercare di uniformare il proprio agire.

il dover essere, in sintesi, opera come 'Speranza', come utopia, come coscienza del proprio limite e delle proprie miserie... senza tale 'sentimento di inadeguatezza' non solo non avrebbe senso il termine religioso 'peccato' ma, addirittura, perderebbe di senso il concetto laico di etica.

la confusione tra realtà e idea, tra essere e dover essere (improntata al più estremo storicismo immanentista, pensiamo all'idealismo hegeliano) ha portato all'indifferentismo morale e al neutralismo politico e sociale incapace di sogni, di speranze e , quindi, di lotte.

lo stesso marxismo che ha piegato la 'speranza di giustizia' inserendola in una costruzione scientifica (di materialismo scientifico parla l'autore del Manifesto) ha 'dialettizzato' il dover essere (la speranza) strappandolo al cielo e inserendolo nella realtà come processo necessario, negando, quindi, lo scarto tra idea e realtà.

che cosa ne è generato? semplice: il socialismo reale, la preminenza del 'progresso necessario' sulle istanze dei singoli, la sottomissione della libertà individuale alla scientificità 'reale e razionale' del Partito.

per nostra fortuna (perchè da ciò deriva il nostro libero arbitrio) la giustizia non appaertiene a questo mondo!!!!

la Speranza, il Sogno, l'Idea, ci appartengono come oggetti di fede e non come realtà presenti; funzionano da spinta al miglioramento ma non saranno mai totalmente raggiunte se non alla fine dei tempi, con la fine della Storia.

saremmo degli gnostici se pensassimo che la salvezza ci appartenesse totalmente come frutto di un percorso mondano e razionale autosufficiente e progressivo ne senso del compimento umano della storia di liberazione.

per fortuna, non tutto possiamo, non tutto è in nostro potere!!

nessun partito, nessuna scienza, nessuna tecnica ci dovrà convincere del contrario, nessuno più dovrà convincere l'uomo, il singolo, che dal preciso riconoscimento di nemici storici, di errori razziali, di classi sopraffattrici, potrà derivare automaticamente - sulla base della identità di ragione e storia - la salvezza del mondo, la Giustizia realizzata, il regno (reich) di pace.

nessuna mediazione in terra è possibile tra giustizia e realtà; ogni contrattualismo sconta il pericolo di astrattismo sperimentale (pensiamo agli uomini 'svuotati' di interessi e vita di Rawls), ogni scientismo sociale progressista sconta il pericolo di un automatismo necessario che stritola i singoli nel suo incedere maestoso ed ogni decisionismo dittatoriale sconta il pericolo di vuoto nichilismo e di occasionalismo.

i cristiani dicono che il nesso tra ideale e reale è stato interrotto dal peccato originale, dal quale è derivato sì il nostro procedere incerto e dubbioso ma anche la nostra libertà; solo una volta, in maniera eccezionale e irripetibile, si è ristabilito il nesso... è l'incarnazione di Cristo che ha fatto irrompee di nuovo l'Eterno nel Tempo.... da allora noi coltiviamo tale 'mediazione' come memoriale, come realtà del cuore e della fede ma non del mondo... siamo vincolati a tale 'mediazione' come ad una sequela impossibile, come ad un esempio irripetibile... e, comunque, dobbiamo stargli dietro, dobbiamo continuare a sognare la giustizia, a lottare per essa.. sapendo, però, che la salvezza non è nelle nostre mani.

rinunciare alla 'sequela impossibile' equivale, per me, all'orgoglio di chi ha immanentizzato la salvezza e la giustizia; entrambe le opzioni 'teologico-politiche', infatti, hanno l'effetto di risolvere facilmente il problema del 'nesso'.

più difficile è accettare, introitare l'aporia, mantenersi in bilico tra realtà e spirito e conservare l'autenticità inconfondibile dei due estremi, non risolversi per l'una (la realtà) o l'altra (l'idea) ma farli propri entrambi con i piedi per terra e lo sguardo oltre i tetti delle case.

solo così ha senso interrogarsi sulla giustizia (im)possibile .... ogni altro pensiero totalmente secolarizato si mostra tragicamente infondato e poco credibile.


venerdì 18 febbraio 2011

Romolo Murri








Murri, una figura straordinaria

fondatore della prima democrazia cristiana e della fuci, prete impegnato nel sociale, scomunicato dalla chiesa, parlamentare radicale e, in ultimo, fascista per reazione all'immobilismo dei notabili liberali.

ciò che mi sempre colpito in Murri è la mancanza di sintesi alle sue contraddizioni. i suoi passaggi esistenziali non acquisiscono in un 'terzo superiore' i precedenti ma si limitano ad arricchire - paradossalmente - un percorso di vita di certo non ordinario.

nel brano pubblicato nel post precedente quello che emerge non è tanto un 'cristianesimo senza Cristo' quanto una fede morale nell'azione di liberazione dei singoli e dei popoli.
il Cristo di Murri vive il secolo ed il secolo partecipa alla gloria di Cristo nel segno dell'impegno riformatore.

chi a fine ottocento ha fondato la democrazia cristiana superando di fatto il non expedit non può non essere profondamente radicale, nel senso ultimativo ed escatologico d'un impegno politico che o è totale o non è.

solo superficialmente ci si può mostrare attoniti per la scelte politica libertaria del suo impegno parlamentare nel primo decennio del secolo scorso, susseguente alla scomunica ecclesiastica;
ma cosa c'è di più politicamente cristiano della battaglia per 'liberare le coscienze', per fondare l'autodeterminazione dei singoli?
è vero, il rischio - per molti - dell'esito nichilistico è presente ed oggi quanto mai attuale, ma è meglio il deserto nichilistico,la prova, il cimento del suo attraversamento che una fede solo tradizione e stanco culto.

non so se il Murri possa definirsi un buon fedele, non so se Cristo perdonerà i suoi estremismi ma so di sicuro che i suoi approdi energici e disperati sono diretta conseguenza d'un cristianesimo sanguigno e midollare orientato al tèlos più puro: l'avvento d'un Regno nuovo, la trasvalutazione di tutti i valori mondani.

martedì 15 febbraio 2011

uno scritto di Romolo Murri del 1912

“Non sono mai stato un mistico e non mi sono mai dimenticato del dovere morale; mi sono fatto prete sognando giornali e partiti e larghe influenze civili; ho creduto forse più nella Chiesa che in Dio, senza mai curarmi molto di dogmi e di riti; e pure ho detto fino all’ultimo con sincero raccoglimento la mia messa e avrei continuato, forse, a dirla, se non me l’avessero tolta; avrei voluto esser monaco per una maggiore concentrazione di vita e mi sposerò, fra non molto, con questo medesimo desiderio. Ho cercato nello Stato quello che prima era nella Chiesa, uno strumento d’azione; e la prova continua, ma mi illudo di meno".

venerdì 4 febbraio 2011

mi viene in mente

mi scuso con chi non mi conosce tanto bene, mi scuso per le mie parole seguenti:
.... mi viene in mente di quando Simone era McGayver, Nino era Coccotellos King e Ciccio era Ciro,
mi viene in mente un passato non del tutto scomparso, il regno dei ricordi felici del regno della nostra adolescenza formativa.
... oggi, cosa rimane? solo il ricordo? solo un passato che non passa?
forse ancora i 'miei' sono i loro alias di sempre, forse i loro personaggi mitici albergano in loro come in me...
... se fosse così, ah se fosse così!!
...................... a questo punto le realtà si duplicano e si confondono, il presente è più ricco e vivo ed il ricordo non è più così essenziale e passa davvero il passato.
.................. lo so, lo so, non lo ammetteranno mai in pubblico, ricorderanno e basta, RACCONTERANNO E BASTA, ma dietro la facciata, oltre i professionisti, aldilà dei profili linkedin, vivono ancora, lottano ancora, sognano ancora.

sabato 22 gennaio 2011

giovedì 13 gennaio 2011

un pensiero illuminante di Raimond Pannikar

Io non ho avuto un’esperienza di Damasco, non sono caduto da cavallo né ho avuto un’esperienza folgorante.… La vita la si vive… La vita ci è stata data… Siamo talmente abituati a oggettivare che subito ci facciamo eroi o ci confessiamo… Per dirlo in modo più filosofico: il gran mito dell’Occidente è la Storia… Io non scrivo la mia storia, la vivo” (Exodo, 65. 2002).

........................................................

il pensiero di Pannikar mi sembra assolutamente cristocentrico, come quello, diverso nella identità cristiana, di I. Illich.
cosa colpisce in Pannikar? il suo pluralismo religioso? l'elogio del relativismo? non credo sia cosi, non credo la sua vita così semplicemente superficiale, mi appare, al contrario,più proiettata verso le vette di una verità che non può dirsi totalmente logica nè totalmente umana e storica.
è chiaro che se ci si allontana dalla tentazione idealista quanto dalla 'chiarezza' storicista, tutto lo scontro ideologico tra civiltà, culture e religioni - lo stesso concetto di appartenenza - non può che apparire limitante dell'autentico umano che 'supera' le idee sull'umano.
per Pannikar, l'ossessione dell'Occidente sembra la Storia, ebbene egli ci invita non a scriverla a non teorizzarla, a non concettualizzarla, ma a viverla, con tutte le contraddizioni possibili.
in fondo, come ci ha insegnato Desmon Tutu, Dio non è cristiano e come ci insegna Pannikar:
Dio non è l'idea di Dio.

venerdì 17 settembre 2010

mercoledì 1 settembre 2010

oggi, la scuola

oggi inizia la scuola per i tanti amici e colleghi precari, per una gioventù che si "allaccia, sbanda a povere mete" per colpa di una visione economicistica di ciò che non può essere interpretato del tutto come 'rapporto di lavoro' o come 'spesa pubblica'.

la scuola nel nostro sud è qualcosa di più, è stata per tanti una prima occasione di ingresso nel mondo del lavoro, l'occasione spirituale di mettere alla prova le proprie conoscenze maturate attraverso il rapporto esistenziale con l'alunno, con il nostro passato prossimo che bussa tante volte alle porte dei nostri sogni.

insegnare per la mia generazione ha significato materializzare gli impulsi positivi maturati sui banchi di scuola, ha significato concretizzare una precisa acquisizione del pensiero: FARE MEGLIO DEI NOSTRI INSEGNANTI, FARE DI PIU', UMANIZZARE LA TRASMISSIONE DI CONTENUTI!

come si fa a spiegare questo al governo, a tremonti? come si fa a spiegare che un insegnante precario di 35 anni al quale per un gioco tragico di tagli è venuto meno il contratto a tempo determinato è un uomo svilito, mortificato, ferito... finito?

come si fa a spiegare ad un alunno diversamente abile che il proprio insegnante di sostegno è stato 'eliminato', che le ore da 18 sono passate a 9, che il futuro è ancora più incerto, che lo svantaggio sociale si allarga come un fosso?

come si fa?
....................... forse è impossibile farlo quando le orecchie sono chiuse, quando 'i conti' prendono il sopravvento sui deboli mentre gli sfascisti, gli evasori si permettono il lusso di far studiare i propri figli nelle scuole private.

si scontrano, in fondo, due mondi opposti e nemici, si scontra la civiltà dello studio, del sacrificio, dell'impegno e del progresso sociale e la civiltà del taglio lineare, del risparmio fatto a scapito dei deboli, degli occhi chiusi sulle ferrari, sugli immobili di lusso di gioiellieri, dentisti ed avvocati che dichiarano al fisco redditi assimilabili a quelli del maestro elementare che 'viaggia' su una panda di 15 anni.

.................. di poche cose sono certo quanto del fatto che la collocazione sul 'fronte giusto' costituisca un destino ineluttabile per chi non si arrende alla deriva burocratica e tecnocratica della gestione del 'lavoro' e del 'lavoro insegnante' in particolare: il lavoro non è una merce qualunque e l'insegnamento dei saperi non è una voce del bilancio pubblico da 'snellire' e ridimensionare!

l'insegnamento è la fonte stessa dei saperi ed il suo esercizio è indispensabile al progresso spirituale di una nazione .... il dubbio atroce è che dello sviluppo spirituale non importi granchè ai nostri governanti ..... la materia conta, la solo materia sonante conta, soprattutto quella contenuta nelle solite tasche.

sabato 3 luglio 2010

Blaise Pascal

Pascal e il dio vero

Poiché Dio, se esiste, è nascosto, ogni religione che non afferma che Dio è nascosto non può essere vera.
(citato in Vittorio Messori,Ipotesi su Gesù, SEI, Torino 1976, p. 35)

Pascal e il Dio nascosto

106. Ci sono due maniere di persuadere delle Verità della nostra religione: l'una, con la forza della ragione; l'altra, per mezzo dell'autorità di chi insegna.

Ci si serve non di quest'ultima, bensí della prima. Non si dice: “Bisogna credere questo, perché la Scrittura, che lo afferma, è divina”, ma che bisogna crederlo per la tale o tal altra ragione: tutti argomenti assai deboli, perché la ragione si lascia piegare per ogni verso.

107. Prefazione della seconda parte. Parlare di coloro che si sono occupati di questa materia.

Considero con stupore con quale ardire costoro si accingono a parlare di Dio. Rivolgendosi con i loro discorsi agli increduli, cominciano con il provare la divinità per mezzo delle opere della natura. Non stupirei del loro modo di procedere se rivolgessero i loro discorsi ai credenti, perché è certo [che coloro] che han viva la fede nel cuore vedono súbito che tutto quanto esiste è opera del Dio che adorano. Ma per coloro in cui quella luce è spenta, e si mira a farla rivivere, per quelle persone prive di fede e di grazia, che, pur impiegando tutta la loro intelligenza a cercare tutto quanto nella natura può condurli a tale conoscenza, ci trovano soltanto oscurità e tenebre; dir loro che basta guardarsi intorno per scorgere chiaramente in ogni minima cosa Dio, e addurre, per tutta prova di cosí grande e importante argomento, il corso della Luna e dei pianeti, e pretendere di aver con questo discorso assolto il proprio assunto, questo è dar loro motivo di credere che le prove della nostra religione sian molto deboli. E, infatti, ragionamento ed esperienza m'insegnano che nulla è piú atto a fargliela prendere in dispregio.

Non cosí parla delle cose di Dio la Sacra Scrittura, che pur le conosce molto meglio. Essa dice, anzi, che Dio è un Dio nascosto; e che, dopo la corruzione della natura, ha lasciato gli uomini in un accecamento da cui posson uscire solo per opera di Gesú Cristo: fuori del quale è impossibile ogni comunicazione con Dio: “Nemo novit Patrem, nisi Filius, et cui voluerit Filius revelare” [“Nessuno ha conosciuto il Padre se non il Figlio e colui a cui il Figlio ha voluto rivelarlo”] (Mt., XI, 27).

È quel che c'insegna la Scrittura, quando dice, in tanti luoghi, che coloro i quali cercano Dio lo trovano. Non si parla di una luce che sia come quella meridiana. Non si dice che coloro che cercano la luce in pieno meriggio o l'acqua nel mare la troveranno. Bisogna, dunque, che l'evidenza di Dio nella natura non sia di tal sorta. Cosí, la Scrittura dice altrove: “Vere tu es Deus absconditus” [“In vero tu sei un Dio nascosto”].

(B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967, pagg. 39-41)

sabato 19 giugno 2010

Erik Peterson

su Erik Peterson

Sto leggendo alcuni testi del teologo cattolico tedesco Erik Peterson, in particolare 'il monoteismo come problema politico' e 'testimoni della verità'.

la vita di questo uomo è stata travagliata sia spiritualmente che nella quotidianità: da protestante divenne cattolico, da ricco a povero, da antinazista divenne nemico della patria, costretto all'esilio.

cosa è che mi ha colpito davvero del suo pensiero?

nella sua risposta alla 'teologia politica' di Schmitt è vero, forse, che non centrò la questione a pieno, disconoscendo le motivazioni giuridiche e 'non valoriali' dell'analisi del giurista tedesco ma è pur vero, a mio parere, che Peterson riconobbe a pieno il pericolo per il cristianesimo che soggiace nel riconoscimento di una analogia 'sistematica' tra rapporti teologici cristiani e dottrine politiche.

................. in fondo è il pericolo già constatato da Kierkegaard, è il pericolo di imbrigliare la forza dirompente della fede nei legacci stretti del mondo... il rischio è quello di divinizzare la terra e la sua storia e di dimenticare la Speranza del Singolo, il suo rapporto con l'Eterno, aldilà di qualunque cultura, di qualunque ideologia, di qualunque pensiero politico attuale od inattuale.

in gioco, a mio parere, non c'è tanto il contrasto tra pensiero reazionario e rivoluzione, in gioco c'è il confronto tra autenticità religiosa e la sua 'scimmia': il cristianismo culturale e il suo potere mondano.

Disconoscere la possibilità stessa di una ‘teologia politica’ cristiana significa, per Peterson, non disconoscere il dato storico del ‘passaggio/trasformazione’ dei concetti teologici in concetti politici di dottrina dello stato … questo, infatti, è un dato realizzato, reale che si accompagna alle dinamiche generali di secolarizzazione e di mutamento delle sfere di interesse delle diverse epoche: dal teologico del ‘500 al naturalistico del ‘600, all’umanistico del ‘700, all’economico dell’800, al tecnico del ‘900 (volendo usare la terminologia tipica dell’analisi di Schmitt) ma significa, più profondamente, disconoscere il legame strutturale che esisterebbe tra cristianesimo e potere, tra fede e ‘giustificazione’ della situazione politica in essere.

Per Peterson, in sintesi, si tratta di ribadire, secondo l’insegnamento Kierkegaardiano, la differenza ‘radicale’ tra rapporti teologici (in primiis la ‘Trinità’) ed esperienze creaturali.

La misteriosa dinamica relazione trinitaria non trova riscontro in terra e, per ciò, lo stesso concetto di ‘monarchia divina’ – quale legame analogico esistente tra monoteismo e potere mondano – appare non solo insufficiente ma addirittura eretico, possibile solo in ambito giudaico (monoteistico) o pagano (politeistico) laddove, cioè, la ‘monarchia divina’ si appalesa possibile nei due estremi del rigido esclusivismo e del sistema burocratico funzionale.

Nulla di tutto questo è possibile nel cristianesimo… nessuna monarchia è possibile dove l’unità della natura si differenzia in tre persone unite dall’identità della volontà…. È il nucleo centrale di un ‘potere’ che non trova analogie in terra e che si può comprendere solo alla luce della fede e del mistero del dogma.

Ogni diverso tentativo culturale e politico sarebbe una forzatura, sarebbe un uso strumentale della religione, il tentativo di non lasciare – come dovrebbe essere – alla fede della creatura la parola ultima sulla storicità della Chiesa e del messaggio evangelico.

In fondo è l’umanissima paura del mistero che inquieta i cercatori di sicurezze mondane alla cui ombra riposare la tragicità di una fede e di una speranza paradossale e buia.

I fautori della ‘teologia politica’, secondo Peterson, sono i veri nemici della escatologia cristiana, del mistero delle ‘cose ultime’ e trovano più immediato e comprensibile riconoscere un ruolo di mediazione a forze storico politiche che, innanzi al dubbio, alle difficoltà, alle aporie, ai disastri del destino umano su questa terra, oppongano la forza di un kat’echon, la ‘forza frenante’ che ci salverebbe dall’anticristo, dal disordine, dall’anarchia………………… ma anche, ed è ciò che si nasconde per primo alla propria coscienza, che ci salverebbe, allontanandola, dall’epifania del Regno di Dio, dal ritorno definitivo di Cristo.