sabato 26 luglio 2014

pubblico di seguito una mia risposta ad un post di una mia amica che mia accusa di essere 'berlusconiano' per certe mie critiche a certi magistrati penali. vi chiedo un parere ... non sul mio cripto berlusconismo .. quello è certo ... sono andato anche al 'Milionario' ,,, sono, come Renzi, un evidente frutto dei palinsesti Fininvest ... ma sul ruolo del Diritto, della Giurisdizione e delle garanz...ie nello stato di diritto ... queste cose appartengono alla destra o alla sinistra? o, meglio, a quale destra e a quale sinistra?

"il libro di Fiandaca (La Mafia non ha vinto, Laterza) - sui cui testi ho studiato all'università - è illuminante e, soprattutto, è il frutto di un giurista attento allo stato di diritto, di un liberale che venera la legge e che da sempre ha contribuito nella sua terra alla battaglia anti mafia ... ma attenzione non alla battaglia astrusa, sociologistica, veteromarxista e antigiuridica di Ingroia ma a quella sapida e fruttifera di Sciascia, di Falcone e Borsellino. Il saggio di Fiandaca ha il pregio di mostrare cosa può diventare il diritto quando viene piegato al fine di dimostrare in un'aula di giustizia un teorema, una visione, una speranza politica. Di certo non hai letto le carte ... ti suggerisco la memoria scritta da ingroia a sostegno della sua richiesta di rinvio a giudizio per la c.d. trattativa .... tu qualcosa di diritto hai studiato e non avrai difficoltà di apprezzare l'assoluta mancanza di linguaggio giuridico del personaggio ... ed infatti lui, spesso, ha detto che attraverso i suoi atti vuole fare sociologia, Storia, psicologia ... peccato che non riesca a fare Diritto, semplicemente perché ne disconosce l'autonomia di scienza, i caratteri del compito della giurisdizione e, soprattutto, la differenza che esiste e che deve sempre esistere tra verità storica (le tante possibili) - la cui ricerca è appunto demandata all'analisi degli storici - e verità processuale ... quest'ultima DEVE essere piegata alla legge, alla sua certezza, alla sua astrattezza ed impersonalità .. altrimenti lo stato di diritto si trasforma in stato di polizia, in stato etico: ti ricorderai, di certo, le celebri pagine di Gentile sul punto. come vedi queste critiche sono critiche 'da sinistra' ... il garantismo - che il tuo di certo venerato Travaglio (allievo di Montanelli e dichiaratamente di destra) declina come 'gargarismo' . è patrimonio in tutto il mondo civile della sinistra .. e, per fortuna, anche grazie al contributo di persone come il prof. Fiandaca sta tornando ad esserlo anche in Italia. Il fatto, poi, che il qualunquismo giustizialista sia patrimonio ideale anche di Grillo conferma le mie diagnosi sulla natura destrorsa del suo movimento ... cara mia tu stessa mi hai detto di tuoi compagni di viaggio politico che sbandierano la loro appartenenza all'area movimentista delle destre politica nazionale. La stessa gente che negli anni 60 faceva i campi hobbit con Rauti oggi 'frequenta' il grillismo con la stessa ambizione: (s)fasciare il sistema democratico .... distruggere la sacra forma del Diritto e delle Istituzioni per impiantare una dittatura sostanzialistica nella quale alla magistratura penale è demandato il controllo non solo dei reati ma anche dei 'peccati' .... come non ricordare a questo punto Orwell e 1984 .... ti ricordi Orwell, quel sinistrorso garantista, quel liberal socialista che il tuo grillo ed il tuo travaglio, oggi, avrebbero senz'altro stroncato a mezzo stampa e blog come 'pannelliano'. cara Giusi, ti apprezzo e ti voglio bene, so quanto vali .... non capisco le tue scelte vaccinali ma va bene lo stesso .... ma soprattutto non capisco il tuo grillismo ... guarda che sei male accompagnata .. ti sei accorta che aleggia su di voli oltre al 'Grande Fratello' di Orwell anche quello ancora meno nobile di Casalino e company? ti sei accorta che la gente - almeno il 43% degli elettori, secondo gli ultimi sondaggi - non intende più dare consenso al qualunquismo? magari neanche più al qualunquismo giudiziario di altri piccoli grandi fratelli, come il fratello di Borsellino che dopo un mucchio enorme di cazzate dette alla commemorazione di quel gigante di Paolo ... scende dal palco ed abbraccia il figlio di Ciancimino, uno che fa schifo solo a guardarlo, un mafioso vero, un nemico dello Stato che si sta servendo di tutti voi - grillini, popolo viola e sinistra antagosnista - per distruggere le nostre Istituzioni. concludo con lo stesso invito fatto da Renzi al tuo Grillo: ESCI DA QUESTO BLOG!!!!!!!!!!!!!!!!!"

venerdì 18 luglio 2014

venerdì 13 giugno 2014

Agli inizi del secolo scorso, Piero Gobetti, il filosofo della ‘Rivoluzione Liberale’ (rivista edita dal 1922 al 1925), nell’attuare l’analisi lucida dell’ossimoro insito nella posizione politica – purtroppo minoritaria - di chi intendeva imboccare una ‘nuova via’ di sintesi tra socialismo e liberalismo, individuava una possibile convergenza ideale tra il fronte movimentista del sindacalismo operaio e le forze più dinamiche e moderne dell’intraprendenza privata nell’ambito di un chiaro quadro liberale di riferimento, inteso come cornice legale inderogabile all’interno della quale si sarebbero mosse liberamente le dinamiche sociali di scontro. Orbene, a distanza di quasi un secolo le sensibili differenti posizioni espresse da Landini (FIOM) e Camusso (CGIL) su Renzi ed il suo governo modernista e “blairiano” lasciano perplessi solo chi non riconosca operante – sul punto – non tanto la classica distinzione “destra-sinistra” ma quella più concreta “conservatori –riformatori”.
A fronte di una posizione totalmente critica espressa da Camusso nei confronti delle politiche di Renzi, Premier accusato di sterile giovanilismo e di autoritarismo antidemocratico e nemico della concertazione sindacale, Landini – che già da tempo si è espresso negativamente nei confronti della prassi concertativa chiamata al compromesso pacificante più che al coraggio della Riforma - si è detto ‘colpito’ favorevolmente dall’aumento degli 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti, confessando che mai nella sua attività sindacale avrebbe sperato di intascare, d’un colpo, un risultato economico così importante: quasi una mensilità annua aggiuntiva in media.
Dietro a queste diverse posizioni espresse nei confronti di un governo impegnato in politiche liberali, anti burocratiche e anti corporative, si riconosce una convergenza di interessi tra gli attori sociali più energici e produttivi. Sia l’imprenditoria schiettamente inserita nel mercato ed avulsa da aiuti di Stato e altre prebende pubbliche, sia “l’aristocrazia operaia” mossa dall’impulso di democratizzare il più possibile la rappresentanza sindacale riportandola sul terreno proprio delle lotte contrattuali e sottraendola dall’attrazione politica e parastatale, necessitano, infatti, di uno Stato da rivoltare come un calzino, di una rivoluzione liberale, appunto, che liberi il lavoro e l’impresa, favorendo l’assunzione del rischio, la responsabilità ed arricchendone gli apporti produttivi magari in un’ottica di compartecipazione alla gestione. Un “cambiamento di verso” che elimini il più possibile l’influenza politica sulle élites imprenditoriali e sindacali e che – per quanto riguarda l’ambito pubblico-statuale - porti a fissare chiare e semplici ‘leggi minime’ nell’ambito della cui certa applicazione il libero scontro degli interessi possa portare a più proficui risultati, sia nel senso della maggiore produttività del lavoro che dell’aumento contrattuale del salario. Solo in tale ottica si comprende il piano governativo, inserito nella Legge Delega in materia di lavoro  - osteggiato dalla CGIL che ha il timore di perdere potere di influenza ed iscritti – di fissare “per legge” la paga minima oraria dei lavoratori dipendenti, sanzionandone la violazione con il carcere, sia la proposta di Landini – anch’essa contrastata dai vertici della maggiore sigla sindacale del Paese – che sfida il governo a promuovere un disegno di legge sulla rappresentanza sindacale  – magari fondato su primarie – che dia finalmente attuazione all’art. 39 della Costituzione che sancisce per i sindacati un ordinamento interno a base democratica.
 

venerdì 3 agosto 2012

il centro politico


  • il filosofo ebreo Taubes affermava di condividere con 'l'antisemita' Schmitt lo stesso concetto negativo sul centro politico. Sia il rivoluzionario escatologico che lo statalista destrorso, quindi, squalificano il centro come indeterminato, indeciso ed occasionalista al confronto con le proprie opzioni 'forti' di destra o di sinistra poco importa... in sintesi ciò che conta per gli araldi del pensiero politico 'forte ed escludente' è l'idea, l'idea salvifica diremmo meglio... ed a Taubes appare evidente come il centro non abbia nel proprio dna una tale idea di salvezza immanente a portata razionale dell'uomo e delle sue costruzioni politiche mondane.
  • in effetti, il centro politico, e nello specifico il centro politico europeo di ispirazione cristiana, non possiede un idea forte ed ideologica della politica; non intende sovvertire (o restaurare) la società e lo stato per realizzare la storia e le sue promesse. Ma perché questo? perché tale difetto ideale? io qui tenterò una risposta: è perché i centristi sono dei pessimisti! in profondità coltivano una antropologia negativa ed un razionalismo debole che impedisce loro di appassionarsi alle soluzioni estreme e radicali rivoluzionarie o tradizionaliste.
  • il filosofo cattolico Del Noce in un bel saggio introduttivo al saggio 'La  nuova scienza politica' di Voegelin sottolinea una profonda differenza teoretica tra la gnosi classica e la gnosi  post-cristiana. la seconda, nel concentrare l'attenzione sulle capacità razionali dell'uomo-prometeo abbatte ogni dualismo per disegnare in definitiva un progetto, un piano scientifico di piena realizzazione mondana, di piena coincidenza di realtà e razionalità (si pensi al debito teologico che il marxismo ma anche il nazionalsocialismo ha con la gnosi intrastorica di Gioacchino da Fiore); la prima gnosi, invece, quella classica che pure rivive, per Del Noce, in celeberrimi passi dell'opera di Simon Weil, è radicalmente pessimista sulle capacità operative umane e sul destino di questo mondo e ciò  perché riconosce all'opera - nell'immanenza storica - non solo la forza paradossale e salvifica della straordinaria ed unica Incarnazione ma, soprattutto, la forza terribile della croce, della sentenza ingiusta, della scelta per Barabba e non per Cristo.
  • Da tale scetticismo cristiano cosa ne deriva politicamente? l'accettazione piena del dualismo, della irriducibilità dei due Regni (delle due Città) e ciò significa intendere la politica come essenziale attività pragmatica diretta a realizzare non sogni ed utopie ma il bene comune, il migliore dei mondi possibili in un quadro complessivo di miseria e penuria che richiederebbe preghiere e penitenze più che azioni rivoluzionarie tese a santificare e sacralizzare determinate opzioni politiche, sociali ed economiche rispetto ad altre.
  • essere di centro e cristiani significa, in breve, credere nell'Eterno che irrompe nel tempo per il tramite della coscienza, della tradizione e della fede religiosa ed essere guardinghi verso tutte quelle ricette semplici e populistiche che promettono di risolvere unidirezionalmente e astoricamente - cioè per sempre - gli universali problemi delle società umane, dalla guerra, all'ingiustizia, alla mancanza di libertà politica e civile.
  • in ciò consiste, quindi, il moderatismo del centro: non arrendevolezza di fronte al male radicale ma consapevolezza dei limiti umani e coscienza della complessità delle dinamiche sociali; complessità che può richiedere duttilità strategica nelle ricette da porre in essere e capacità critica tale da predisporre, al di fuori da qualsiasi ideologia progressista, dei piani di rientro e di correzione di rotta.
  • il centro politico è centro mobile di ricette variabili, soprattutto sul piano economico, che decide di non piegare la realtà e la sua variegata complessità e bellezza ad un piano 'razionale' di compiutezza politica definitiva ma che, riconoscendo l'intrinseca fallibilità dell'uomo e dei suoi progetti, concepisce la politica come freno all'anomia, come freno all'ingiustizia, come argine all'oppressione. E' chiaro che l'azione frenante, il 'katechon' paolino, può ad una lettura frettolosa del reale apparire come conservatorismo.... ma ciò è l'ultima illusione del progressimo e del regressismo storico; in realtà l'azione frenante è pur sempre azione, pur sempre progetto che non mira però a realizzare immanentisticamente l'uomo e la sua società perfetta ma che ha l'obiettivo a liberare il singolo, la persona dai vincoli - anche ideologici - che ne impediscono la piena realizzazione storica e sovra storica, nel segno della libertà.


sabato 26 novembre 2011

governo politico o governo tecnico? l'opzione commissaria come risposta all'emergenza democratica.

voglio fare qualche considerazione sul problema 'governo tecnico o governo politico'.
il problema, in effetti, è tutto politico e si avviluppa in una finzione.. non esiste, infatti, governo di uno Stato che non sia politico, ossia che non sia determinato da una particolare intensità di relazione, di incontro e di scontro che chiamiamo 'politica'.
la politicità d'un esecutivo non dipende, quindi, dalla appartenenza dei suoi membri ad una qualche organizzazione partitica, nè, tanto meno, dipende dalla legittimazione popolare 'attraverso il voto' che un tale esecutivo abbia avuto o meno; con particolare riferimento a questa ultima affermazione voglio precisare che la legittimazione democratica afferisce al 'carattere' d'un dato governo e non alla sua 'natura politica o meno', argomentando a contrario, infatti, dovremmo escludere - paradossalmente - dal novero degli esecutivi politici le esperienze dittatoriali del novecento europeo, che certo non erano legittimate dall'espressione libera e periodica del voto ma, nonostante ciò, furono 'iperpolitiche' in quanto subordinarono ad una visione ideologica del corso storico sia le forme dello Stato che le libertà della società civile.
tornando al quotidiano, il governo Monti trova la sua legittimazione politica nell'azione sovrana del capo dello Stato che - pur se in maniera sottile - ha esercitato 'materialmente' poteri di emergenza dettati dal caso di eccezione che è rappresentato dalla crisi economica e nella fiducia espressa dal parlamento della repubblica che, con tale atto, si è assunto la responsabilità della ratifica dell'azione di surplus politico esercitata da Napolitano.
invece di discutere sulla politicità o meno del governo Monti sarebbe più interessante interrogarsi sul l'esercizio della sovranità in Italia e sulla crisi della rappresentanza parlamentare incapace, perchè asservita ai capi partito, di assumersi il compito di giuda del Paese.
io non sono un difensore accanito del sistema parlamentare, riconosco i suoi limiti e mi trovo d'accordo con molte ipotesi di riforma 'neo-parlamentare' che riconosca maggiori poteri al capo del governo... o al capo dello Stato, ma mi fa ribrezzo l'assoluta assenza di consapevolozza di chi attualmente riveste il ruolo istituzionale di Legislatore. 
l'unico atto autenticamente politico - cioè, lo ripeto, decisivo ed intensivo nella libertà sua propria - compiuto dal Parlamento italiano attuale è stata proprio la fiducia al governo Monti.
in precedenza, i  parlamentari di maggioranza e di finta opposizione si sono 'fatti conoscere' o per la subordinazione totale e acritica ai voleri del 'duce nominante' Berlusconi, o, nel momento in cui la crisi del governo si è manifestata chiaramente, per la capacità, questa sì davvero impolitica, di prostituirsi al maggiore offerente.
di fronte a questo spettacolo, il popolo italiano non dovrebbe solo richiedere il ricorso  veloce alle urne ma, prima di tutto, esigere dai partiti chiarezza e meritocrazia nella selezione delle classi dirigenti e da se stesso la forza morale necessaria per liberarsi dai meri interessi individuali e familiari che troppo spesso - in zone importanti del nostro paese - condizionano negativamente l'espressione della Volontà Generale.
tale atto di responsabilità morale collettiva potrebbe giungere anche alla sospensione delle elezioni per la copertura delle cariche istituzionali per il periodo necessario a 'sanare' la società  dall'infezione incivile, impolitica e democraticamente deleteria generata dalla supervenienza dell'interesse privato di consorteria sull'interesse pubblico. 
è ciò che io penso si debba fare per molti comuni calabresi e, forse, per la stessa regione calabria.
in realtà è la stessa legalità costituita che prevede in determinati casi tassativamente previsti il ricorso a tale forma di commissariamento democratico, non si tratta, dunque, di auspicare un golpe, ma, più realisticamente, di porre in essere tutte le azioni di emergenza necessarie per riempire di contenuto davvero politico e davvero democratico le forme abusate della rappresentanza.
il dubbio che potrebbe correttamente sorgere è questo: siamo davvero in emergenza? davvero la democrazia reale  e la meritocrazia rappresentativa si è eclissata nel meridione? siamo certi che le consorterie affaristiche - impolitiche perchè piegate sui propri interessi economici - si siano impossessati dei meccanismi formali elettivi condizionando il voto in ampie zone del Paese?
......................................... io la mia risposta me la sono data!..... e la riconfermo ogni qual volta accedo ad un ospedale pubblico, partecipo ad una selezione regionale, conosco le espressioni locali della dirigenza istituzionale.

venerdì 4 novembre 2011

è morta la signorina!

come può un caso così particolare come la morte improvvisa d'una anziana parente divenire universale?
come può la morte di una sconosciuta divenire morte significativa?
forse solo il racconto può tanto, solo il desiderio inarrestabile di sconfiggere l'oblio con la conquista dei cuori, con l'amore.
si, proprio così, di amore si tratta nel piangere la debolezza intima d'una vita semplice che si spegne dopo essere vissuta di poche, forti cose.. come la fede.
una cosa mi ha sempre impressionato di Maria, la certezza folle, sconsiderata, immotivata, mille volte ferita e abusata, di essere oggetto dell'attenzione di Dio.
con Lui ha vissuto gli ultimi anni di solitudine, con Lui ha condiviso la quotidianità dei poveri pasti, a Lui ha confessato errori e trionfi d'una esistenza privatissima.
ma come si fa a credere in Dio in questo modo? come si può pregare l'assenza con tanto ardore? come si fa ad essere tanto sicuri senza ideologia, senza ragione?

oggi muore questo segreto ..... ed in questo segreto si raccoglie un dolcissimo, perduto, universale

mercoledì 20 luglio 2011

Emil Fackenheim

Tiqqun

ho da poco finito di leggere il bel libro di emil fackenheim intitolato tiqqun, ossia la riparazione ... la necessaria quanto (im)possibile 'riparazione' del mondo dopo l'olocausto.

il testo è dei primi anni '80 e nel 2010 è stato riedito dalla Medusa.

per fackenheim l'olocausto non rappresenta semplicemente un episodio storico, un evento terribile ma travolto dallo scorrere del tempo; egli assegna all'olocausto un ruolo ontologico, o meglio, il ruolo di rottura dell'ordine dell'essere.

proprio per questa caratteristica di 'assoluto' lo sterminio degli ebrei non può essere colto dall'analisi metafisica nè da quella teologica, anzi ne costituisce il limite, il confine invalicabile e la totale messa in discussione.

l'autore si sofferma sulla possibilità di una filosofia e di una teologia dopo la shoah ... la risposta non è chiara e ciò volutamente in quanto ancora oggi tale possibilità consiste in un compito non assolto con gli strumenti migliori.

la tesi della arendt, per esempio, rischia di sacrificare sull'altare della 'banalità del male' la crudeltà coessenziale degli uomini normali, degli idealisti convinti di adempiere all'imperativo categorico mentre si affogano bimbi in una vasca.

in effetti, ciò che colpisce nell'analisi del filosofo ebreo è la lucida analisi antropologica ... non è vero che solo il bene può compiere cose grandi e per ciò non banali... anche il male può giungere a vertici abissali ed estremi di grandezza inconcepibile!!!

tutto questo interroga gli uomini, tutti gli uomini, ebrei, cristiani e laici e li inchioda a ciò che è avvenuto e che, quindi, può ripetersi ancora ed ancora.....

proprio il valore di erignis, dell' appalesarsi di un 'mondo altro' rispetto a ciò cui eravamo abituati fa dell'olocausto una rottura nella trama dell'essere, un suo nuovo corso che tutto piega, soprattutto la riflessione filosofica e teologica, e tutto interroga.

a tale domanda non c'è risposta facile, lo stesso fackenheim insiste nel concentrarsi sull'assurdo che si è realizzato, sulla violazione dell'idea di uomo, più che sulla fase ricostruente.

ciò che brilla è il tiqqun già tentato (e,forse,realizzato) dalle vittime nel corso stesso della 'rottura': gli ebrei del ghetto di varsavia, gli studenti della rosa bianca, bonhoeffer e i tanti nei campi di concentramento che resistettero alla loro trasformazione in muselmanner.

forse il tiqqun si è imposto grazie alle vittime stesse, forse solo loro furono capaci di ciò che oggi è un azzardo: dare speranza ad un mondo violato, ad un uomo svilito.

quale parola, infatti, può attribuirsi senso innanzi al baratro di ciò che accadde?
chi può oggi legittimare se stesso come uomo di fronte alla morte dei bombi strappati alle madri e cacciati vivi a forza nei forni crematori?

giovedì 28 aprile 2011

una nuova poesia

fuor di controllo
..........................

troppo forte è la vita, troppo pesante la paternità

per non cedere del tutto all'abbraccio d'una felice abitudine;

su questo altare sacro, dunque, immolo la mia poesia, la libertà.

e non sono triste più di tanto ... forse era ora

che la parola cedesse terreno al fiato

che lo spirito s'arrendesse al risucchi del silenzio

e al trapasso.

in fondo, proprio sul fondo molle della mia verità,


mi sono regolato al tempo nuovo come un meccanismo esatto:


e non sono poi così importante, così preciso.

più di me , oltre me, può il futuro e l' (im)possibile salvezza.


e rido, oggi, nel sapere che una goccia d'acqua mi può uccidere


come un sogno assetato mi può riportare a vita,


fuor di controllo

lunedì 14 marzo 2011

lo scarto tra essere e dover essere

Le questioni riguardanti il tema della giustizia nella modernità sono molto interessanti e coinvolgono profondamente il nesso tra realtà e idea, tra essere e dover essere.

cerco di spiegarmi meglio, le tesi, ad esempio, di Rawls sono condivisibilissime, ed egli riassume in se il meglio del pensiero liberale e democratico che si è esercitato sul problema della giustizia politica e sociale. il suo contrattualismo giunge ad una 'ragionevole' sintesi tra differenza ed egualitarismo fondando l'analisi sul concetto di equità e di buon senso.....

il problema che emerge da queste disquisizioni teoriche, però, non mi pare tanto quello di interrogarci sulla condivisibilità o meno di una teoria così 'sensata' ma, più significatamente, mi appare il seguente:

nel mondo (nel secolo) c'è scarto tra l'idea e la contingenza? e se si è possibile, in terra, una mediazione tra questi due termini?

...preciso meglio: secondo me la realtà che viviamo non è razionale, anzi è il più possibile lontana dalla razionalità perchè l'uomo è spinto non solo dalla logica ma da altri più significativi impulsi egoistici che lo portano a 'creare' il mondo in cui opera attraverso scelte che si allontananno grandemente da ciò che - secondo razionalità e buon senso - 'dovrebbe essere'.

nonostante questo è bene che l'uomo conservi, in privato come in società, consapevolezza di questo scarto e che coltivi il 'dover essere' come un fine a cui tendere, come un metro al quale cercare di uniformare il proprio agire.

il dover essere, in sintesi, opera come 'Speranza', come utopia, come coscienza del proprio limite e delle proprie miserie... senza tale 'sentimento di inadeguatezza' non solo non avrebbe senso il termine religioso 'peccato' ma, addirittura, perderebbe di senso il concetto laico di etica.

la confusione tra realtà e idea, tra essere e dover essere (improntata al più estremo storicismo immanentista, pensiamo all'idealismo hegeliano) ha portato all'indifferentismo morale e al neutralismo politico e sociale incapace di sogni, di speranze e , quindi, di lotte.

lo stesso marxismo che ha piegato la 'speranza di giustizia' inserendola in una costruzione scientifica (di materialismo scientifico parla l'autore del Manifesto) ha 'dialettizzato' il dover essere (la speranza) strappandolo al cielo e inserendolo nella realtà come processo necessario, negando, quindi, lo scarto tra idea e realtà.

che cosa ne è generato? semplice: il socialismo reale, la preminenza del 'progresso necessario' sulle istanze dei singoli, la sottomissione della libertà individuale alla scientificità 'reale e razionale' del Partito.

per nostra fortuna (perchè da ciò deriva il nostro libero arbitrio) la giustizia non appaertiene a questo mondo!!!!

la Speranza, il Sogno, l'Idea, ci appartengono come oggetti di fede e non come realtà presenti; funzionano da spinta al miglioramento ma non saranno mai totalmente raggiunte se non alla fine dei tempi, con la fine della Storia.

saremmo degli gnostici se pensassimo che la salvezza ci appartenesse totalmente come frutto di un percorso mondano e razionale autosufficiente e progressivo ne senso del compimento umano della storia di liberazione.

per fortuna, non tutto possiamo, non tutto è in nostro potere!!

nessun partito, nessuna scienza, nessuna tecnica ci dovrà convincere del contrario, nessuno più dovrà convincere l'uomo, il singolo, che dal preciso riconoscimento di nemici storici, di errori razziali, di classi sopraffattrici, potrà derivare automaticamente - sulla base della identità di ragione e storia - la salvezza del mondo, la Giustizia realizzata, il regno (reich) di pace.

nessuna mediazione in terra è possibile tra giustizia e realtà; ogni contrattualismo sconta il pericolo di astrattismo sperimentale (pensiamo agli uomini 'svuotati' di interessi e vita di Rawls), ogni scientismo sociale progressista sconta il pericolo di un automatismo necessario che stritola i singoli nel suo incedere maestoso ed ogni decisionismo dittatoriale sconta il pericolo di vuoto nichilismo e di occasionalismo.

i cristiani dicono che il nesso tra ideale e reale è stato interrotto dal peccato originale, dal quale è derivato sì il nostro procedere incerto e dubbioso ma anche la nostra libertà; solo una volta, in maniera eccezionale e irripetibile, si è ristabilito il nesso... è l'incarnazione di Cristo che ha fatto irrompee di nuovo l'Eterno nel Tempo.... da allora noi coltiviamo tale 'mediazione' come memoriale, come realtà del cuore e della fede ma non del mondo... siamo vincolati a tale 'mediazione' come ad una sequela impossibile, come ad un esempio irripetibile... e, comunque, dobbiamo stargli dietro, dobbiamo continuare a sognare la giustizia, a lottare per essa.. sapendo, però, che la salvezza non è nelle nostre mani.

rinunciare alla 'sequela impossibile' equivale, per me, all'orgoglio di chi ha immanentizzato la salvezza e la giustizia; entrambe le opzioni 'teologico-politiche', infatti, hanno l'effetto di risolvere facilmente il problema del 'nesso'.

più difficile è accettare, introitare l'aporia, mantenersi in bilico tra realtà e spirito e conservare l'autenticità inconfondibile dei due estremi, non risolversi per l'una (la realtà) o l'altra (l'idea) ma farli propri entrambi con i piedi per terra e lo sguardo oltre i tetti delle case.

solo così ha senso interrogarsi sulla giustizia (im)possibile .... ogni altro pensiero totalmente secolarizato si mostra tragicamente infondato e poco credibile.


venerdì 18 febbraio 2011

Romolo Murri








Murri, una figura straordinaria

fondatore della prima democrazia cristiana e della fuci, prete impegnato nel sociale, scomunicato dalla chiesa, parlamentare radicale e, in ultimo, fascista per reazione all'immobilismo dei notabili liberali.

ciò che mi sempre colpito in Murri è la mancanza di sintesi alle sue contraddizioni. i suoi passaggi esistenziali non acquisiscono in un 'terzo superiore' i precedenti ma si limitano ad arricchire - paradossalmente - un percorso di vita di certo non ordinario.

nel brano pubblicato nel post precedente quello che emerge non è tanto un 'cristianesimo senza Cristo' quanto una fede morale nell'azione di liberazione dei singoli e dei popoli.
il Cristo di Murri vive il secolo ed il secolo partecipa alla gloria di Cristo nel segno dell'impegno riformatore.

chi a fine ottocento ha fondato la democrazia cristiana superando di fatto il non expedit non può non essere profondamente radicale, nel senso ultimativo ed escatologico d'un impegno politico che o è totale o non è.

solo superficialmente ci si può mostrare attoniti per la scelte politica libertaria del suo impegno parlamentare nel primo decennio del secolo scorso, susseguente alla scomunica ecclesiastica;
ma cosa c'è di più politicamente cristiano della battaglia per 'liberare le coscienze', per fondare l'autodeterminazione dei singoli?
è vero, il rischio - per molti - dell'esito nichilistico è presente ed oggi quanto mai attuale, ma è meglio il deserto nichilistico,la prova, il cimento del suo attraversamento che una fede solo tradizione e stanco culto.

non so se il Murri possa definirsi un buon fedele, non so se Cristo perdonerà i suoi estremismi ma so di sicuro che i suoi approdi energici e disperati sono diretta conseguenza d'un cristianesimo sanguigno e midollare orientato al tèlos più puro: l'avvento d'un Regno nuovo, la trasvalutazione di tutti i valori mondani.

martedì 15 febbraio 2011

uno scritto di Romolo Murri del 1912

“Non sono mai stato un mistico e non mi sono mai dimenticato del dovere morale; mi sono fatto prete sognando giornali e partiti e larghe influenze civili; ho creduto forse più nella Chiesa che in Dio, senza mai curarmi molto di dogmi e di riti; e pure ho detto fino all’ultimo con sincero raccoglimento la mia messa e avrei continuato, forse, a dirla, se non me l’avessero tolta; avrei voluto esser monaco per una maggiore concentrazione di vita e mi sposerò, fra non molto, con questo medesimo desiderio. Ho cercato nello Stato quello che prima era nella Chiesa, uno strumento d’azione; e la prova continua, ma mi illudo di meno".

venerdì 4 febbraio 2011

mi viene in mente

mi scuso con chi non mi conosce tanto bene, mi scuso per le mie parole seguenti:
.... mi viene in mente di quando Simone era McGayver, Nino era Coccotellos King e Ciccio era Ciro,
mi viene in mente un passato non del tutto scomparso, il regno dei ricordi felici del regno della nostra adolescenza formativa.
... oggi, cosa rimane? solo il ricordo? solo un passato che non passa?
forse ancora i 'miei' sono i loro alias di sempre, forse i loro personaggi mitici albergano in loro come in me...
... se fosse così, ah se fosse così!!
...................... a questo punto le realtà si duplicano e si confondono, il presente è più ricco e vivo ed il ricordo non è più così essenziale e passa davvero il passato.
.................. lo so, lo so, non lo ammetteranno mai in pubblico, ricorderanno e basta, RACCONTERANNO E BASTA, ma dietro la facciata, oltre i professionisti, aldilà dei profili linkedin, vivono ancora, lottano ancora, sognano ancora.

sabato 22 gennaio 2011

giovedì 13 gennaio 2011

un pensiero illuminante di Raimond Pannikar

Io non ho avuto un’esperienza di Damasco, non sono caduto da cavallo né ho avuto un’esperienza folgorante.… La vita la si vive… La vita ci è stata data… Siamo talmente abituati a oggettivare che subito ci facciamo eroi o ci confessiamo… Per dirlo in modo più filosofico: il gran mito dell’Occidente è la Storia… Io non scrivo la mia storia, la vivo” (Exodo, 65. 2002).

........................................................

il pensiero di Pannikar mi sembra assolutamente cristocentrico, come quello, diverso nella identità cristiana, di I. Illich.
cosa colpisce in Pannikar? il suo pluralismo religioso? l'elogio del relativismo? non credo sia cosi, non credo la sua vita così semplicemente superficiale, mi appare, al contrario,più proiettata verso le vette di una verità che non può dirsi totalmente logica nè totalmente umana e storica.
è chiaro che se ci si allontana dalla tentazione idealista quanto dalla 'chiarezza' storicista, tutto lo scontro ideologico tra civiltà, culture e religioni - lo stesso concetto di appartenenza - non può che apparire limitante dell'autentico umano che 'supera' le idee sull'umano.
per Pannikar, l'ossessione dell'Occidente sembra la Storia, ebbene egli ci invita non a scriverla a non teorizzarla, a non concettualizzarla, ma a viverla, con tutte le contraddizioni possibili.
in fondo, come ci ha insegnato Desmon Tutu, Dio non è cristiano e come ci insegna Pannikar:
Dio non è l'idea di Dio.

venerdì 17 settembre 2010

mercoledì 1 settembre 2010

oggi, la scuola

oggi inizia la scuola per i tanti amici e colleghi precari, per una gioventù che si "allaccia, sbanda a povere mete" per colpa di una visione economicistica di ciò che non può essere interpretato del tutto come 'rapporto di lavoro' o come 'spesa pubblica'.

la scuola nel nostro sud è qualcosa di più, è stata per tanti una prima occasione di ingresso nel mondo del lavoro, l'occasione spirituale di mettere alla prova le proprie conoscenze maturate attraverso il rapporto esistenziale con l'alunno, con il nostro passato prossimo che bussa tante volte alle porte dei nostri sogni.

insegnare per la mia generazione ha significato materializzare gli impulsi positivi maturati sui banchi di scuola, ha significato concretizzare una precisa acquisizione del pensiero: FARE MEGLIO DEI NOSTRI INSEGNANTI, FARE DI PIU', UMANIZZARE LA TRASMISSIONE DI CONTENUTI!

come si fa a spiegare questo al governo, a tremonti? come si fa a spiegare che un insegnante precario di 35 anni al quale per un gioco tragico di tagli è venuto meno il contratto a tempo determinato è un uomo svilito, mortificato, ferito... finito?

come si fa a spiegare ad un alunno diversamente abile che il proprio insegnante di sostegno è stato 'eliminato', che le ore da 18 sono passate a 9, che il futuro è ancora più incerto, che lo svantaggio sociale si allarga come un fosso?

come si fa?
....................... forse è impossibile farlo quando le orecchie sono chiuse, quando 'i conti' prendono il sopravvento sui deboli mentre gli sfascisti, gli evasori si permettono il lusso di far studiare i propri figli nelle scuole private.

si scontrano, in fondo, due mondi opposti e nemici, si scontra la civiltà dello studio, del sacrificio, dell'impegno e del progresso sociale e la civiltà del taglio lineare, del risparmio fatto a scapito dei deboli, degli occhi chiusi sulle ferrari, sugli immobili di lusso di gioiellieri, dentisti ed avvocati che dichiarano al fisco redditi assimilabili a quelli del maestro elementare che 'viaggia' su una panda di 15 anni.

.................. di poche cose sono certo quanto del fatto che la collocazione sul 'fronte giusto' costituisca un destino ineluttabile per chi non si arrende alla deriva burocratica e tecnocratica della gestione del 'lavoro' e del 'lavoro insegnante' in particolare: il lavoro non è una merce qualunque e l'insegnamento dei saperi non è una voce del bilancio pubblico da 'snellire' e ridimensionare!

l'insegnamento è la fonte stessa dei saperi ed il suo esercizio è indispensabile al progresso spirituale di una nazione .... il dubbio atroce è che dello sviluppo spirituale non importi granchè ai nostri governanti ..... la materia conta, la solo materia sonante conta, soprattutto quella contenuta nelle solite tasche.

sabato 3 luglio 2010

Blaise Pascal

Pascal e il dio vero

Poiché Dio, se esiste, è nascosto, ogni religione che non afferma che Dio è nascosto non può essere vera.
(citato in Vittorio Messori,Ipotesi su Gesù, SEI, Torino 1976, p. 35)

Pascal e il Dio nascosto

106. Ci sono due maniere di persuadere delle Verità della nostra religione: l'una, con la forza della ragione; l'altra, per mezzo dell'autorità di chi insegna.

Ci si serve non di quest'ultima, bensí della prima. Non si dice: “Bisogna credere questo, perché la Scrittura, che lo afferma, è divina”, ma che bisogna crederlo per la tale o tal altra ragione: tutti argomenti assai deboli, perché la ragione si lascia piegare per ogni verso.

107. Prefazione della seconda parte. Parlare di coloro che si sono occupati di questa materia.

Considero con stupore con quale ardire costoro si accingono a parlare di Dio. Rivolgendosi con i loro discorsi agli increduli, cominciano con il provare la divinità per mezzo delle opere della natura. Non stupirei del loro modo di procedere se rivolgessero i loro discorsi ai credenti, perché è certo [che coloro] che han viva la fede nel cuore vedono súbito che tutto quanto esiste è opera del Dio che adorano. Ma per coloro in cui quella luce è spenta, e si mira a farla rivivere, per quelle persone prive di fede e di grazia, che, pur impiegando tutta la loro intelligenza a cercare tutto quanto nella natura può condurli a tale conoscenza, ci trovano soltanto oscurità e tenebre; dir loro che basta guardarsi intorno per scorgere chiaramente in ogni minima cosa Dio, e addurre, per tutta prova di cosí grande e importante argomento, il corso della Luna e dei pianeti, e pretendere di aver con questo discorso assolto il proprio assunto, questo è dar loro motivo di credere che le prove della nostra religione sian molto deboli. E, infatti, ragionamento ed esperienza m'insegnano che nulla è piú atto a fargliela prendere in dispregio.

Non cosí parla delle cose di Dio la Sacra Scrittura, che pur le conosce molto meglio. Essa dice, anzi, che Dio è un Dio nascosto; e che, dopo la corruzione della natura, ha lasciato gli uomini in un accecamento da cui posson uscire solo per opera di Gesú Cristo: fuori del quale è impossibile ogni comunicazione con Dio: “Nemo novit Patrem, nisi Filius, et cui voluerit Filius revelare” [“Nessuno ha conosciuto il Padre se non il Figlio e colui a cui il Figlio ha voluto rivelarlo”] (Mt., XI, 27).

È quel che c'insegna la Scrittura, quando dice, in tanti luoghi, che coloro i quali cercano Dio lo trovano. Non si parla di una luce che sia come quella meridiana. Non si dice che coloro che cercano la luce in pieno meriggio o l'acqua nel mare la troveranno. Bisogna, dunque, che l'evidenza di Dio nella natura non sia di tal sorta. Cosí, la Scrittura dice altrove: “Vere tu es Deus absconditus” [“In vero tu sei un Dio nascosto”].

(B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967, pagg. 39-41)

sabato 19 giugno 2010

Erik Peterson

su Erik Peterson

Sto leggendo alcuni testi del teologo cattolico tedesco Erik Peterson, in particolare 'il monoteismo come problema politico' e 'testimoni della verità'.

la vita di questo uomo è stata travagliata sia spiritualmente che nella quotidianità: da protestante divenne cattolico, da ricco a povero, da antinazista divenne nemico della patria, costretto all'esilio.

cosa è che mi ha colpito davvero del suo pensiero?

nella sua risposta alla 'teologia politica' di Schmitt è vero, forse, che non centrò la questione a pieno, disconoscendo le motivazioni giuridiche e 'non valoriali' dell'analisi del giurista tedesco ma è pur vero, a mio parere, che Peterson riconobbe a pieno il pericolo per il cristianesimo che soggiace nel riconoscimento di una analogia 'sistematica' tra rapporti teologici cristiani e dottrine politiche.

................. in fondo è il pericolo già constatato da Kierkegaard, è il pericolo di imbrigliare la forza dirompente della fede nei legacci stretti del mondo... il rischio è quello di divinizzare la terra e la sua storia e di dimenticare la Speranza del Singolo, il suo rapporto con l'Eterno, aldilà di qualunque cultura, di qualunque ideologia, di qualunque pensiero politico attuale od inattuale.

in gioco, a mio parere, non c'è tanto il contrasto tra pensiero reazionario e rivoluzione, in gioco c'è il confronto tra autenticità religiosa e la sua 'scimmia': il cristianismo culturale e il suo potere mondano.

Disconoscere la possibilità stessa di una ‘teologia politica’ cristiana significa, per Peterson, non disconoscere il dato storico del ‘passaggio/trasformazione’ dei concetti teologici in concetti politici di dottrina dello stato … questo, infatti, è un dato realizzato, reale che si accompagna alle dinamiche generali di secolarizzazione e di mutamento delle sfere di interesse delle diverse epoche: dal teologico del ‘500 al naturalistico del ‘600, all’umanistico del ‘700, all’economico dell’800, al tecnico del ‘900 (volendo usare la terminologia tipica dell’analisi di Schmitt) ma significa, più profondamente, disconoscere il legame strutturale che esisterebbe tra cristianesimo e potere, tra fede e ‘giustificazione’ della situazione politica in essere.

Per Peterson, in sintesi, si tratta di ribadire, secondo l’insegnamento Kierkegaardiano, la differenza ‘radicale’ tra rapporti teologici (in primiis la ‘Trinità’) ed esperienze creaturali.

La misteriosa dinamica relazione trinitaria non trova riscontro in terra e, per ciò, lo stesso concetto di ‘monarchia divina’ – quale legame analogico esistente tra monoteismo e potere mondano – appare non solo insufficiente ma addirittura eretico, possibile solo in ambito giudaico (monoteistico) o pagano (politeistico) laddove, cioè, la ‘monarchia divina’ si appalesa possibile nei due estremi del rigido esclusivismo e del sistema burocratico funzionale.

Nulla di tutto questo è possibile nel cristianesimo… nessuna monarchia è possibile dove l’unità della natura si differenzia in tre persone unite dall’identità della volontà…. È il nucleo centrale di un ‘potere’ che non trova analogie in terra e che si può comprendere solo alla luce della fede e del mistero del dogma.

Ogni diverso tentativo culturale e politico sarebbe una forzatura, sarebbe un uso strumentale della religione, il tentativo di non lasciare – come dovrebbe essere – alla fede della creatura la parola ultima sulla storicità della Chiesa e del messaggio evangelico.

In fondo è l’umanissima paura del mistero che inquieta i cercatori di sicurezze mondane alla cui ombra riposare la tragicità di una fede e di una speranza paradossale e buia.

I fautori della ‘teologia politica’, secondo Peterson, sono i veri nemici della escatologia cristiana, del mistero delle ‘cose ultime’ e trovano più immediato e comprensibile riconoscere un ruolo di mediazione a forze storico politiche che, innanzi al dubbio, alle difficoltà, alle aporie, ai disastri del destino umano su questa terra, oppongano la forza di un kat’echon, la ‘forza frenante’ che ci salverebbe dall’anticristo, dal disordine, dall’anarchia………………… ma anche, ed è ciò che si nasconde per primo alla propria coscienza, che ci salverebbe, allontanandola, dall’epifania del Regno di Dio, dal ritorno definitivo di Cristo.

domenica 23 maggio 2010

Alice

non tace per orgoglio la ragione,



'tace per malattia di cuore'



.... ..... ed innanzi al tuo sorriso muore ... ....



ed è per sempre,



come l'amore!

martedì 23 febbraio 2010

di nuovo tu!

è da tanto che non aggiorno il sito... e ne è passata di acqua sotto i 'miei ponti';
innanzitutto... e prima e dopo di tutto il resto ..... mi preme aggiornarvi sulla nascita e sull'attuale ottimo stato di salute della mia piccolina, ALICE.

ora la bambola ha quasi quattro mesi e la mia vita è cambiata senza cambiare, è totalmente diversa pur essendo normale come al solito..... ma come è possibile tutto questo????

forse - e qui mi lancio in una tessi estemporanea - il cambiamento vero, la diversità reale per essere tale, per essere radicale deve essere interiore e spirituale e non lasciare segni visibili all'esterno, non cedere la propria alterità al mondo ma conservarla nel sacro del foro interiore, della coscienza.

.... è sempre più vero -per me - che aldilà delle nostre vicende storiche, oltre il quotidiano, anche oltre la nostra vita e la nostra morte, si muove nell'esistenza un altro tempo che è interiore e metastorico:

è il tempo in cui il protagonista non è solo il nostro io ma la somma di spiritualità che sin dalla nascita ci ha investito e ci ha formato .... in questo tempo si muovono i nostri morti, i nostri desideri, il passato della nostra specie, il futuro della stessa.... e soprattutto Dio....

in tal senso, e solo in tal senso, il tempo metastorico è 'naturale', cioè è proprio della nostra natura umana la dialettica irrisolta tra FINITO E INFINITO e la profonda lotta interiore tra quotidiano ed eternità.

tale spiritualità naturale, tale mitologia universale, tale speranza che muove la nostra storia, si appalesa in tutte le coscienze con la forza di un 'eterno ritorno', come un fiume carsico che scompare e che ricompare nelle nostre vite e che non ci fa essere 'animali felici', esseri mondani rassegnati alla morte.


venerdì 24 luglio 2009

Rudolf Bultmann


alcune frasi del teologo Bultmann

1.) "Solo quando ci sentiamo interpellati da Dio nella nostra esistenza personale ha un senso parlare [...] di Dio."
2.) "Dio diviene accessibile soltanto attraverso la sua rivelazione alla fede che risponde ad essa... Pertanto la teologia protestante deve fortemente ed indissolubilmente ancorarsi al principio che Dio non è visibile che per chi ha fede."
« Non ci si può servire della luce elettrica e della radio,o far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinicie nello stesso credere nel mondo degli spiriti e dei miracoli propostici dal Nuovo Testamento. »
3) "La demitizzazione vuol mettere in risalto l'autentica intenzione del mito, cioè quella di parlare dell'esistenza umana, del suo essere fondata e limitata da una potenza dell'aldilà non mondana, una potenza che non è percepibile dal pensiero oggettivamente. In senso negativo, quindi, la demitizzazione è una critica dell'immagine del mondo propria del mito, nella misura in cui essa nasconde la vera intenzione del mito stesso. In senso positivo è un'interpretazione esistenziale, con cui si vuol chiarificare l'intenzione del mito, che è precisamente quella di parlare dell'esistenza dell'uomo "


Tra i libri di Rudolf Bultmann disponibili in edizione italiana:
Storia ed escatologia - Bompiani 1962
Il cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche - Garzanti 1964
Nuovo testamento. Il manifesto della demitizzazione - Queriniana 1970
Nuovo testamento e mitologia - Queriniana 1970
Credere e comprendere - Queriniana 1977
Teologia del nuovo testamento - Queriniana 1985

lunedì 20 luglio 2009

Etty Hillesum


ti aiuterò mio Dio

“C’è in me un pozzo molto profondo. E in questo pozzo c’è Dio. A volte riesco a raggiungerlo. Ma la maggior parte delle volte, pietre e calcinacci ostruiscono questo pozzo, e Dio vi è sepolto. Bisogna allora riportarlo alla luce” (Diario di Etty Hillesum, 26.08.1941).


“Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantiriti niente in anticipo. Tuttavia una cosa mi appare con sempre maggiore chiarezza: non sei tu che puoi aiutarci, ma siamo noi che possiamo aiutare te e, facendo questo, aiutiamo noi stessi” (Diario di Etty Hillesum, 12.07.1942).


Le riflessioni di Etty Hillesum nei giorni in cui sperimenta il dolore più crudo: la persecuzione, il disprezzo sociale, l’abbandono e la morte dei vicini, non cedono al materialismo, alla accettazione del mondo e delle sue regole; Etty affronta la ‘sofferenza dei giusti’ aggrappandosi alla autenticità dei propri sentimenti e alla consolazione dello Spirito.


Nel dolore riscopre i volti di gente sconosciuta e nell’offrire speranza ed amore guarisce le proprie ferite – od almeno cerca di guarirle – e nel far ciò, in ultima analisi, salva il mondo, salva il suo tempo crudele (il tempo della persecuzione nazista in Olanda) e salva Dio.


Etty ci dice che Dio è con noi, soffre con noi e per noi; Egli è dentro di noi e noi in Lui e partecipiamo insieme alla storia della salvezza. Allo stesso modo in cui noi abbiamo bisogno di Lui, Egli ha bisogno di noi (e questo è un pensiero ‘forte’ che ci ricorda – pur in altro ambiente ed in altro tempo – le riflessioni di Heschel); siamo interdipendenti nonostante l’abissale differenza qualitativa che c’è tra Creatore e creatura, l’enorme differenza qualitativa che sussiste tra il tempo dell’uomo ed il tempo di Dio.


Questa vicinanza esistenziale e questa lontananza siderale racchiudono il mistero della vita umana. La Hillesum ci racconta di un Dio che va ricercato e agognato e al quale bisogna appellarsi non per ottenere favori o grazie ma esclusivamente per salvare ‘spiritualmente’ se stessi, per salvare l’umanità dalla rovina che è insita nell’abbandono di Dio, nella sua sepoltura.
In tal senso, il divino si veste delle fattezze dell’autentico: scoprire Dio nella propria vita significa, in breve, liberare la propria veridicità, la relazione, il contatto, l’alterità che mette alla prova la nostra autosufficienza.


Rinunciare a Dio, decidere scientemente di allontanarlo dalla propria esistenza significa, quindi, rinunciare a scandagliare le proprie profondità, significa accontentarsi di soluzioni semplici all’enigma uomo, significa compiacersi di risposte materialistiche e naturalistiche e di un destino di buio che ha la capacità annichilente di travolgere nel ‘non sense’ tutte le nostre azioni, tutti i nostri amori e sacrifici.


Quando ci si accontenta di se stessi, il singolo dimentica l’intima coessenzialità della relazione con l’altro (sia esso il prossimo o Dio) e tenta la strada dell’autosufficienza, della autonoma e affrancata posizione di valori e sensi (così nella vita quotidiana dei sentimenti come nella riflessione filosofica e cosmologica).

Se ciò, all’inizio, può soddisfare l’ego, in seguito - innanzi alla debolezza e alla fallacia del tempo dell’esistenza – il singolo attento e mai pago di domande e di approdi scopre facilmente la friabilità di ogni autonomia umana; autonomia razionale destinata a cadere nel buco nero della morte e dell’annientamento materiale.


Dinanzi al brivido della solitudine, il singolo degenera spiritualmente e se non è capace di abbandono (‘non tutto possiamo, e più della forza può l’abbandono’), di umiltà e di desiderio di amore e di relazione nonostante tutto - nonostante le prove scientifiche, nonostante gli esperimenti che atomizzano e che semplificano ciò che è eternamente complesso - rischia di mutilare definitivamente se stesso, di rinunciare a qualsiasi lotta e sogno e a delegare a strutture tecniche, disumane e tranquillizzanti: ‘il mercato e la società dei consumi’ la capacità di porre indirizzi, di stimolare sogni.


Etty, ancora, mi sprona a queste riflessioni:

C’è in me Dio, ma raggiungerlo è ostico come risolvere l’enigma uomo; Dio è sepolto, l’uomo è sepolto, la verità stessa è sepolta.


Ma, forse, si può vivere la Fede anche in questa oscurità, anzi senza questo buio, questa mancanza dei certezze umane, non ci sarebbe Fede autentica, non ci sarebbe speranza ed abbandono.


Il Dio dei nostri tempi, il Dio che la rivelazione in fieri che accompagnerà l’uomo fino alla fine del mondo, ci fa intuire nel tempo nostro, non può essere solo un ‘Dio tappabuchi’ (il dio della religione classica così tratteggiato da Bonhoeffer), un dio pagano, cioè, al quale ricorriamo per sistemare le cose come ad un orologiaio in possesso di una scienza esatta.


Lo stesso concetto di Provvidenza va ridiscusso, la Provvidenza divina si realizza nel mondo in forme e sensi a noi non comprensibili se non nelle manifestazioni esteriori … è vero che ‘a chi bussa sarà aperto’ ma cosa significa veramente bussare alle porte del divino? E che cosa significa soddisfare autenticamente e, quindi, per l’eternità, la nostra richiesta d’aiuto?


Se non si ‘codificasse’, insomma, una certa ‘impotenza umana di Dio’, una sua ‘umiltà dell’intervento’ (umiltà divina che è il centro del mistero per F. Varillon), non si riuscirebbe a far fronte teologicamente e spiritualmente al dramma delle preghiere non esaudite, alla sofferenza dei giusti, al male nel mondo.


Forse, Dio può fare poco per noi in questa vita da un punto di vista materiale, probabilmente il suo intervento - sempre bramato e auspicato - sarà disatteso nelle vite di molti di noi … e saremo chiamati a custodire la Fede nonostante il silenzio.


In tal senso, il compito dei credenti postmoderni è quello di impegnarsi in un compito abissale: cercare le radici nascoste di Dio dentro noi stessi, scoprire che se abbandoniamo la scintilla di Dio ci ritroviamo più soli, senza speranze, mutili spiritualmente e deboli moralmente.
Senza Dio, senza l’aspettativa di senso, non c’è amore possibile, non c’è forza talmente potente da resistere alle sferzate della caducità, della fatica della esistenza.

Di fronte al silenzio di Dio, al potenziarsi della autonomia della ragione, lo ‘Spirito umano moderno’ ha creduto di poter fare a meno di Cristo e di poterlo sostituire con nuovi idoli, né più né meno di come l’Occidente ha già fatto con i signori dell’Olimpo.

I nuovi idoli sono stati: la scienza esatta, il ragionamento logico, l’idea di verità quale certezza degli enti, il dogma della riproducibilità dell’esperimento quale garanzia di certezza, l’ideologia politica storicista e progressiva… in sintesi, l’io umano ha ‘detronizzato’ finalmente Dio, Prometeo ha creduto di conquistare l’Olimpo; ma quali sono state le conseguenze della maturità raggiunta? L’ansia di riduzione dell’enigma uomo ad una formula semplice e scientificamente valida ha portato il singolo a rinnegare le proprie pulsioni di socializzazione di base (il rapporto con il Padre in primis), comprese quelle spirituali, e a cercare forzosamente di scordare il senso di insoddisfazione che accompagna ogni passo del Mängelwesen (dell’essere naturale difettoso - che egli è - secondo la celebre definizione di A. Gehlen); si è cercato, così, di sostituire le mancate evidenze trascendenti con nuove certezze più prossime, più umane ma il tutto ha cozzato con guerre fratricide, ideologie assolutistiche, partitocrazie autocefale e morte.


La stessa morale, privata dell’origine trascendente e misteriosa di ogni legge, di ogni richiesta divina, è diventata o formalismo giuridico o libertinismo vitalistico e senza speranza.


Cercare un po’ di Dio in noi significa - in un ottica non di potenza e, quindi, in un’ottica mistica e spirituale - cercare l’amore (la relazione, il confronto, la compassione e la speranza) nonostante il mondo cerchi di depravarci, di immiserirci nell’assenza di sogni; in tal senso ‘Amore’ significa anche commozione, spirito, autenticità umana, interdipendenza delle vite, amicizia, aiuto reciproco.


Il nostro tempo non può darci molto, lo stesso Dio non può aiutarci come vorremmo; il perché Egli non intervenga innanzi a tanto male è il vero mistero della Fede, più grande dell’incarnazione e della resurrezione … Egli - si sa - vuole qualcosa da noi, vuole che desideriamo il suo Regno, che non lo dimentichiamo nonostante tutto, nonostante il mondo.


Ecco – secondo l’intuizione di Etty - il nostro compito: salvare Dio, salvarlo prima dentro di noi e poi nel mondo, ricordare agli uomini che la speranza è ancora possibile, che tutto non si riduce nel gioco degli interessi ideologici o economici, che il miracolo della vita grida vendetta di fronte alla nostra società materialistica.


È chiaro che Dio si appella alla nostra forza e alla nostra Fede, lo fa con il silenzio ma anche attraverso l’illuminazione spirituale e poetica che tutti siamo chiamati a coltivare nella nostra vita.


In sintesi, siamo chiamati a non arrenderci al quotidiano, a sognare e ricercare ‘altro’ oltre il predominio e la ricchezza. Ognuno ha la sua strada, ma credo che, in ultimo, quando lo iato tra i tempi sarà colmato, Cristo ci chiederà ragione dei nostri talenti, del dono della vita e il suo metro di giudizio non sarà il metro umano ma quello delle Beatitudini, il metro ‘non esatto’ dell’amore, dell’ amore amato … nonostante tutto!