giovedì 2 luglio 2020


NON CHIAMIAMOLO POPULISMO, E’ TIRANNIA
Agnes Heller, una filosofa liberale e post moderna alle prese con l’Orbanismo

Quello di Orbán in Ungheria -  al potere dal 2010 - non è populismo, termine vago che rimanda comunque ad un conflitto di classe, ad uno scontro tra ricchi e poveri (i populisti, di solito, fanno leva sulla gente povera), ma è qualcosa di originario, senz’altro non economicistico, decisamente più ideologico.
Un retaggio antico, un identitarismo sovrastrutturale che ha poco a che fare con la gestione dei mezzi di produzione e con le cause reali di sottosviluppo e miseria.
È puro nazionalismo etnico!
Questo ci dice Agnes Heller, la filosofa magiara post moderna e liberale da poco scomparsa, nei due interventi del 2018, raccolti nel saggio “Orbanismo”, edito da Castelvecchi nel 2019.
La filosofa precisa che il risentimento popolare evidentemente esiste (ed è fomentato ad arte) ma non è rivolto contro le classi abbienti del paese, non contro i “capitalisti” ma contro gli altri: gli estranei minacciosi, nemici spesso invisibili in Ungheria, che rispondono al nome di stranieri, migranti, clandestini portatori di una cultura diversa, ostile.
E, come ovvio corollario, questo timore dell’alterità si accompagna all’odio per quelle visioni e prospettive politiche che all’ethnos escludente cercano di opporre l’ethos universale dei diritti e il dovere dell’accoglienza!
Ed ecco che l’avversario diviene anche l’Europa, la burocrazia di Bruxelles, il pensiero liberale e razionale che esclude per principio l’identitarismo e il particolarismo giuridico degli status e delle etnie, per affermare i diritti dell’Uomo, l’unificazione del soggetto giuridico anche oltre gli stretti limiti dell’appartenenza razziale.
Il nazionalismo etnico, così inteso, quindi, più che essere né di destra né di sinistra, è un incontro tra pulsioni di estrema destra e di estrema sinistra; i vessilli agitati sono i valori tradizionali traditi e, solo in un secondo tempo, il lavoro operaio minacciato dai nuovi arrivati.
Il passaggio storico che ha consentito, secondo la Heller, il ritorno in auge del patriottismo etnico, così presente in Europa nel corso di tutto il Novecento, ed entrato in crisi solo con l’affermazione definitiva della politica Comunitaria di pace e di sicurezza, è stato il definitivo trapasso post moderno da una società di classe, differenziata per interessi economici e attraversata dallo scontro dialettico dei partiti tradizionali rappresentativi dei diversi ceti sociali, ad una società pienamente di massa, fluida, complessa  e indifferenziata politicamente (anche per il proficuo operare del livellamento di un mercato florido e protetto)  ma che, anche per questo, in posizione difensiva, è divenuta astiosa e pronta a riconoscere consenso plebiscitario ai “nuovi partiti”, veloci ad individuare il nemico semplice, colpevole di tutti i guai in corso.
L’illiberalismo di Orbán, quindi, punta non all’uscita dall’Europa (i benefici dell’appartenenza sono ben utilizzati dalla propaganda magiara) ma il suo sovvertimento ideale, l’affermazione di un patriottismo del fino spinato e della contrapposizione con il resto del mondo che, una volta realizzatosi politicamente come maggioranza nelle Istituzioni UE, porterebbe progressivamente alla sostituzione del “nemico” una volta preso il potere.
Non più la UE liberale, conservatrice, socialista (ormai sconfitta), non più i migranti respinti con la violenza dei confini impermeabili al diritto di asilo e all’umanità, ma gli stati nazionali della stessa UE.
La contrapposizione tra le piccole patrie, infatti, deraglierebbe presto dalle schermaglie diplomatiche a vera e propria guerra continentale.
In tal senso, l’analogia con il periodo precedente alla Prima Guerra Mondiale è decisiva per la Heller: imperi in disfacimento cui fa eco il culto di uno sciovinismo fanatico.
Come mai tutto questo in Ungheria?
Per la filosofa, la motivazione risiede in una liberazione dal comunismo -  quella avvenuta tra il 1989 e il 1991 - che non ha mai davvero significato del tutto libertà.
Le Istituzioni della libertà, infatti, sono difficili da costruire e da comprendere, e un popolo come quello ungherese (come per altro quello polacco) che non avevano mai conosciuto il liberalismo, non sono stati in grado, anche per responsabilità diretta della classe dirigente, di introitare veramente quel passaggio esistenziale necessario ad ogni vera democrazia occidentale: il movimento spirituale dal riconoscersi sudditi al divenire - con la lotta e l’impegno - cittadini.
Orbán, anche per questo, definisce il proprio sistema politico, democrazia illiberale, ed anzi, con più precisione, lo qualifica: sistema di collaborazione nazionale.
Un vero e proprio corporativismo privo, per questo, degli aspetti dialettici proficui del confronto e dell’alternanza democratica, che esclude, quindi, dall’alveo della Nazione, tutti coloro che non cedono a questa collaborazione forzata, che non aderiscono alla volontà del tiranno.
E la filosofa della “Bellezza della persona buona” non teme di definire propriamente Orbán un tiranno, un tiranno che coltiva l’antica tradizione ungherese – ma è solo davvero ungherese? – di seguire un capo, di attendersi tutto dall’alto, di coltivare uno scetticismo nichilistico arreso all’evidenza dell’inutilità di ogni agire politico.
La tirannia, come è noto, non è una forma di Stato, è una modalità di governo che spesso mantiene inalterato l’involucro svuotato del multipartitismo, ma che, nella sostanza, tende a fare del partito al potere (come nel caso del famigerato Fidesz - Unione Civica Ungherese - di Orbán) non più una parte ma un meccanismo escludente di affermazione collettiva e totale della volontà unica.
La liberazione dal comunismo, dicevamo, è arrivata in Ungheria senza una vera lotta di popolo, è stato un dono inatteso stabilito a tavolino da politici e intellettuali di fronte al baratro dell’autoconsunzione del sistema sovietico.
La transazione pacifica al multipartitismo fu - secondo la Heller - una transizione a freddo che tenne fuori il popolo, senza neanche sentire l’esigenza di una nuova Costituzione che, nell’affermazione dei nuovi ideali, facesse decisamente i conti con il lungo passato di schiavitù e di asservimento al potente di turno, non solo ai sovietici dunque.
Gli ungheresi, purtroppo, anche con le forme della democrazia sono rimasti sostanzialmente sudditi.
I partiti liberali che, prima di Orbán, insieme ai socialisti, si sono alternati al potere, non hanno avuto la forza e, forse, la volontà di contribuire a vincere questa naturale tendenza popolare e, anzi, purtroppo, in qualche modo se ne sono serviti per accumulare ricchezze personali e fomentare la corruzione endemica.
Come dice la Heller, in Ungheria (ma davvero solo in Ungheria?) si conosceva e si conosce a pieno un solo diritto - proveniente dal Medioevo -  lo ius supplicationis: il diritto di chiedere favori ai padroni del momento.
L’entrata dell’Ungheria nella UE nel 2004, con un governo socialista in carica, pur trovando il pieno consenso popolare, non produsse quindi un’alterazione sensibile di questo stato di cose.
Orbán già in quegli anni strutturava infatti il suo potere dall’Opposizione.
E ciò anche per l’affermazione di una specie del tutto particolare di assetto di potere interno al partito. Non era tollerato, come non lo è tutt’ora, nessuna critica o articolazione ideologica, il partito si deve identificare sempre più con il capo, devono divenire la stessa cosa (è fenomeno solo Ungherese?).
Il centralismo democratico di Lenin, quindi, divenne progressivamente la concezione organizzativa del Partito di Orbán e, una volta preso il potere, la concezione organizzativa dello Stato.
Nel 2010 Fidesz ottenne la maggioranza dei 2/3 dei seggi al Palamento e da allora Orbán è il padrone dell’Ungheria.
E il Primo Ministro è riuscito, ancora, in quello che fu impedito dall’ignavia di liberali e dei socialisti: la promulgazione di una nuova Costituzione.
Una nuova Costituzione che, secondo la filosofa ungherese, non afferma i valori occidentali derivanti dalla entrata nell’Europa Unita (la UE, del resto, ha una Costituzione propria?) ma, attraverso un preambolo storico fortemente ideologico, propugna princìpi fortemente nazionalistici ed accentratori, contrari alla separazione dei poteri, con la deriva principale di una Corte Costituzionale – orgoglio del tentativo occidentale dell’Ungheria post sovietica – ormai nelle mani del potere esecutivo che, di fatto, coincide con quello parlamentare.
La stessa libertà di stampa è stata limitata, piegando i media all’influenza del partito al governo.
I 9/10 della popolazione ungherese, ci dice la Heller, ha accesso solo alla propaganda di regime e l’indottrinamento popolare continua negli anni attraverso il sistema della c.d. consultazione nazionale.
Non un sistema di referendum - forme di democrazia diretta disciplinate con precisione dalla carta costituzionale, vincolate al rispetto di precise norme e soggette al controllo della magistratura - ma la distribuzione di questionari semplici, con risposte precompilate tra le quali “scegliere”.
Un simulacro di democrazia buono per fornire l’illusione della condivisione dei temi dell’agenda pubblica ma essenzialmente finalizzato al lavaggio del cervello dei cittadini/sudditi.
Né più né meno di quello che sta avvenendo in Russia, in questi giorni, con la consultazione nazionale che porterà alla modifica della Costituzione voluta da Putin e che consentirà al nuovo zar di rimanere in sella fino al 2036.
Da un punto di vista economico/sociale – la Heller lo precisa più volte - nella nuova tirannia ungherese anche le forme di distribuzione del reddito non rispondono più alle classiche logiche occidentali, tanto nel bene quanto nel male.
Non si ha ad esempio a che fare più con una corruzione “tradizionale”, quella - per capirci - in cui un ministro corrotto si piega, per interessi indicibili, agli uomini d’affari; non si tratta più di scambi di favore alle spalle dei cittadini inconsapevoli.
La nuova corruzione di Orban, che la Heller definisce rifeudalizzazione, costituisce uno spaventoso passo indietro nel pre-moderno, supera all’indietro la corruzione capitalistica per attuare una relazione dare/ricevere/ricambiare istituzionalizzata e destinata a vivificare una precisa casta di potere, un’oligarchia simile ad una reggia di cortigiani che risponde direttamente al tiranno.
Non conta più, quindi, ingannare il popolo e aggirare le norme ma strutturare, attraverso la corruzione, un centro di potere che vive di rendita – finanziata dai trasferimenti UE -  e che struttura il consenso nel sistema.
Una vera redistribuzione delle risorse al rovescio (così la definisce la filosofa) che sconfessa le dinamiche ordinarie del Welfare State europeo  (dove le risorse vengono redistribuite per legge a favore dei più poveri) per realizzare una ripartizione interessata nella quale ad ingrassarsi sono gli ottimati di partito.
Come mai gli ungheresi non reagiscono a questo status quo che va contro i propri interessi?
Perché, al contrario, proprio i poveri, gli emarginati, i nomadi, hanno votato e continuano a votare per Orbán?
Per la Heller la spiegazione risiede nel successo di un fenomeno nuovo.
Un nuovo tipo di tirannia, appunto, – ancora non perfettamente definibile – nel quale (anche per le trasformazioni sociali intervenute) sono venuti meno la ricaduta politica dell’appartenenza ad un preciso ceto sociale e alle tradizioni familiari di voto.
La popolazione – assurdamente – non è più così interessata alle questioni economiche, alla corretta redistribuzione e all’accesso a nuovi servizi, qualcosa è cambiato in profondità (o è tornato all’originario teologico-politico): l’ideologismo si è affermato sugli interessi rappresentati dai partiti tradizionali; ci sono altri problemi, altri odi!
La crisi dei partiti storici, travolti dalla corruzione e dalle mancate risposte epocali, hanno contribuito quindi a stravolgere le dinamiche del consenso.
Gli argomenti principali del dibattito non sono più le retribuzioni, le tasse, l’occupazione.
I poveri e gli esclusi – come per altro verso il ceto medio - non sono più una classe, non hanno più chiare posizioni dialettiche, tutto è divenuto fluido, incerto.
Le ideologie, per la Heller, ricominciano a prendere il posto degli interessi economico/sociali, la battaglia politica si sposta dall’affermazione della giustizia e dei diritti al campo delle politiche squisitamente campanilistiche, quello dello scontro “irrazionale” tra noi e gli altri.
L’identità nazionale di tipo etnico straccia il pluralismo insito nel concetto formale e giuridico di cittadinanza e diviene ideologia negativa, una ideologia che non promette nulla di buono per il futuro, che non si impegna nella costruzione teorica di utopie utili a fecondare di senso l’attualità storica ma che, invece, fondandosi sulla paura, giunge a negare l’esigenza di cambiamenti radicali del reale, svilisce l’ansia riformistica, disconosce il “dover essere”, tarpa le ali ad una nuova stagione di Welfare State, boicotta il sogno federalista europeo.
In una parola: “nega” per opporsi, per distruggere senza vocazione e visione.
Ciò che conta in questo nuovo quadro nichilistico di ordine e “sicurezza” è – secondo la filosofa - la retorica di una superiorità etnica immotivata ma buona per gonfiare il petto di chi si sente escluso e vittima del sistema senza però comprendere le reali forze sociali in campo, senza intendere lo scontro in atto, rifugiandosi, appunto, nel convincimento di una romantica supremazia, detestata dai nemici ideologici di sempre: il multiculturalismo, il liberalismo, il socialismo.
E per questo la crisi dei rifugiati in Europa è stata manna dal cielo per Orbán (ma solo per Orbán?) il quale non ha mai parlato – ci dice la Heller – di rifugiati o di migranti ma, più propriamente, di “orde di migranti”, di orde pronte a violare la cristianità e la cultura europea: tutti invasori musulmani pronti a violentare mogli e figlie.
La tradizione è così divenuta feticcio, inganno, specchietto per le allodole, e così è capitato che i perdenti del regime di Orbán - i veri esclusi dall’oligarchia di potere, i poveri senza coscienza di classe e speranze concrete-  hanno continuato a votare per il tiranno “democratico”, conquistati da una oratoria semplice e indifferente al moto sociale.
I tiranni, poi, imparano l’uno dall’altro e - dalla Turchia di Erdogan - il Primo Ministro magiaro ha appreso la necessità di individuare una faccia da usare come bersaglio dell’odio popolare.
 In Turchia è il predicatore Muhammed Fethullah Gülen, in Ungheria è l’imprenditore e attivista George Soros.
Nato in Ungheria, statunitense, miliardario, ebreo, impegnato per i diritti dei migranti, fondatore di istituzioni universitarie libere e indipendenti, Soros ha tutto per essere rappresentato come un vero e proprio “demonio”, nemico degli interessi nazionali dei propri compatrioti!
Ed ancora, quindi, nulla di propositivo, nessuna visione per il futuro, nessuna edificazione ideale, nessun sogno … solo una reazione difensiva – e per questo nichilista – che, attraverso l’ordine del potere e della violenza discriminatoria di Stato rafforzata dagli odi del capo, si intesta arbitrariamente il compito epocale di “proteggere” gli ungheresi, la loro terra invasa, il proprio sangue disconosciuto, la loro cultura violata, la religione vilipesa, la famiglia tradizionale tradita, la supremazia maschile irrisa.
E che il “pericolo” e il contagio venga dall’autonomia scolastica, universitaria, spirituale, lo dimostra – ci dice la Heller - il fatto che nelle Università pubbliche ormai lo Stato ungherese nomina un cosiddetto cancelliere, al di sopra del rettore, per gestire un insegnamento conforme ai diktat governativi.
Nel 1914 l’Europa, con la nascita del nazionalismo etnico, commise il suo peccato originale, la Prima Guerra Mondiale che portò morte, distruzione, una pace ingiusta … alla nascita degli stati totalitari, all’Olocausto.
Certo, tutto questo non ritornerà ma qualcosa di analogo potrebbe, ora, proprio a partire dall’Ungheria (ma solo dall’Ungheria?) affermarsi.
Ed ha ragione Hegel - afferma Agnes Heller -  l’unica cosa che apprendiamo dalla Storia è che da essa non apprendiamo nulla.

Enzo Musolino



https://www.facebook.com/photo/?fbid=10158458445622829&set=a.10152952567742829&__cft__[0]=AZUE5R1SN2A4mkIX2YofgyAD-bnoLH22L6AduVC15f1QkwgT6liCo-94cpTL_YHGx0NaVlIg0t3BN9mPrYLInFgScdR8UXy_DeXYjCIqjatTUNo04bi8AQaKuPYc0P3tcTo&__tn__=EH-R
Nessuna descrizione della foto disponibile.
Domani ... Alle 18.30... Spazio Open di Reggio ... in Via Filippini ...Con Giuseppe Rensi e la filosofia scettica.... Per una Politica del buon senso contro il fanatismo della "Ragione" e della "Verità" ...



lunedì 15 giugno 2020

QUASI CENTO ANNI
.......................................
Tutta una vita in attesa
di un nuovo sguardo al Monte.
Riparato - dietro chi non comprende -
a lungo guardare e guardare ...
Non e' mai stato cercare, mai scrutare
e' stato come un talismano,
un ripetersi nella durata delle cose
fino al limite del possibile,
un pensiero al vero che ancora salva,
cifra di speranza, segno,
passaggio fermo, maschio.
Tutto finisce, e' vero !
E io solo so che tu fosti qui
- dove io ora sono -
negli occhi persi,
su un Vulcano lunare.

Enzo Musolino

giovedì 4 giugno 2020

ROBERTO ESPOSITO . PENSIERO ISTITUENTE

IL DIRITTO CHE ISTITUISCE
STABILITA’ E CREATIVITA’ NELLA DEMOCRAZIA

Al vuoto di fondamento proprio della democrazia, allo scontro originario insito in una società disordinata e divisa – scontro solo temporaneamente “frenato” dal potere pro tempore che si afferma -  la deriva della politica totalitaria – alternativa sempre incombente sulla libertà – oppone la pienezza  dell’Uno, la ricomposizione risolutiva del conflitto, la sterilizzazione violenta propria del dominio che occupa la casella del potere, che asserisce in maniera escludente l’idea salvifica, la purezza razziale, il destino della classe, l’insostituibilità del capo carismatico.
In fondo però, ci dice Roberto Esposito – nel saggio Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, edito nel 2020 da Einaudi - questa ricomposizione è ingannevole e quel conflitto, invece, è benefico e davvero caratterizzante la modernità democratica.
E ciò perché l’Uno ricomposto nel “corpo del re”, in realtà, è solo immaginario, ideologico, fantasmatico.
La pretesa dell’occupazione reale della casella del dominio, l’incarnazione del potere, non annulla davvero il conflitto: il potere si sdoppia comunque, rispecchiandosi nella separazione del vertice dalla comunità che si pretende di rappresentare in toto e nella creazione del nemico da additare necessariamente quale hostis humani generis, feticcio funzionale alla narrazione securitaria.
Il conflitto democratico, invece, irrisolto nell’alternanza del potere e dei poteri, imbrigliato dal diritto, è l’espressione simbolica di una dinamica feconda tra società e potere.
Non c’è, infatti, una società prima del conflitto politico, né conflitto prima della società: sono co-originari.
La società è istituita e ordinata nel potere e il potere è un prodotto della società in moto, attraverso lo svolgimento delle divisioni che la attraversano come differenza.
Si compie in democrazia, quindi, una paradossale trascendenza immanente al sociale, un fuori-interno che nega l’auto rappresentazione autonomistica dei conflitti, evidenziando l’imprescindibile necessità della politica, di un ordine che si costituisce rendendosi contendibile.
Senza questa cifra di trascendenza, senza il “fuori” che nega l’automatico divenire, l’esito dell’appiattimento sulla sfera dell’immanenza non genera vera politica ma sovrapposizione tra questa immanenza e l’essere, producendo un indubbio effetto straniante, l’eclissi stessa della spinta politica al cambiamento.
In democrazia, ciò che si realizza è l’indeterminatezza del locus della sovranità, la sua alternanza di senso e pluralità incorporea, l’impossibile insediamento “reale” in una cornice simbolica che rende il posto del potere democratico un posto vuoto, privo si sostanza.
In sintesi: un’analogia di forme secolarizzate contese nello scontro epocale sul campo aperto dei passaggi di ruolo, ordinati in istituzioni non solo statali.
Istituzioni, quindi, organizzate nel diritto; un diritto che non si identifica solo con le norme del dover essere prodotto dallo stato ma che emerge, genealogicamente, come struttura o, meglio, come pluralità di strutture contingenti, provocate dalle necessità sociali interpretate come fonti involontarie.
Ed ecco, quindi, il ruolo proprio del giuridico in democrazia: non il rottame metafisico, necromanzia del vecchio, ma l’origine del potere che istituisce: l’articolazione propriamente moderna tra ciò che si afferma come stabilità e durata e il diritto di avere diritti che impedisce l’arroccamento.
Esposito nel suo importante saggio – che affronta un serrato confronto anche con Heidegger e Deleuze – trova, proprio sul punto dell’istituzione e, soprattutto, dell’istituire, un contatto teoretico tra Claude Lefort (il filosofo francese dell’incertezza democratica, emancipatosi dal marxismo grazie al conflittualismo insoluto di  Machiavelli) e Santi Romano, il giurista dell’Istituzione e della crisi dello stato (già compresa agli inizi del Secolo Breve), a torto declassato a funzionario del fascismo.
Il pensiero istituente, infatti, disarticola il diritto statuale, non più inteso come esclusivo e svela, di contro, il conflitto vivace delle istituzioni autonome, l’affermazione, dunque, di poteri che sono alternativamente in moto per dare forma alla società, al mondo.
La dinamica dell’istituire democratico, quindi, nella libertà, supera ogni tentazione nichilistica, ogni cedimento impolitico all’essere o al divenire.
Si contrappone, infatti, tanto  all’inazione emergente da un essere che si svela velandosi nella differenza ontica (nell’abisso che separa verità e esistenza) e che provoca il rifugio nell’auto esilio attendista (Heidegger e il suo pensiero destituente), quanto al piano scatenato dell’immanenza che esclude, incorporandolo, il negativo, che ingloba senza crisi ogni opposizione fattiva, e accetta, accelerandolo, un essere interpretato come privo di differenza, coincidente con il divenire, pura affermatività ontologica che dissolve il politico nella coincidenza tra questo e l’essere, senza scarti di negativo e di senso legittimanti l’azione e una politica altra (Deleuze e il suo pensiero costituente).
Contro tutto questo è la categoria di secolarizzazione, a mio parere, che riemerge e che merita il riconoscimento vivificante di una ragione non ideologica: perché teologia e politica, anche nel moderno, si mostrano connesse nell’originario della reciproca implicazione, senza una chiara legittimazione fondante, dunque, ma con un indubbio effetto creativo nel contesto delle res mixtae indecidibili, nell’ambito di quelle materie di confine che domandano rappresentazione istituente e che non possono essere soddisfatte dall’esilio nel puro teologico o, di contro, dall’accettazione affermativa dell’immanenza sfrenata, priva di alternative.
Il passaggio di funzioni dal sacro al profano, quindi, non può essere facilmente rigettato ma riemerge – pur in assenza di una precisa fondazione - nella politica democratica e laica, come appello: una politica che, nell’insussistenza del moderno, trova il suo vero riscatto.
La società, infatti, non si afferma da sé, necessita della politica perché il potere non si desume automaticamente dai rapporti di produzione e perché la struttura economica non determina il politico mentre è questo – nel conflitto sociale irredimibile – a vivificare le istituzioni nuove.
I rapporti di produzione, infatti, diventano intelligibili solo in base all’articolazione istituzionale tra potere, sapere e legge.
E ciò non è ideologia, tutt’altro, ma l’evidenza del simbolico, del pensiero e dell’azione.
Attenzione, però, non c’è alcuna sicurezza in campo, nulla di garantito, nessuna rete di salvezza, solo possibilità.
E ciò è un bene! È un bene che la sicurezza sacra o ctonia, trascendente o sostitutiva, che legittima l’evocazione incontrollabile del Leviatano - a discapito del pluralismo sociale e dei suoi conflitti originari e fecondi -  venga stigmatizzato come la tentazione sempre incombente sulla democrazia e le sue incertezze.
Questa tentazione – che ha trovato, purtroppo, diverse epifanie - ci aiuta a comprendere anche le miserie della filosofia occidentale, i cedimenti spirituali di molti grandi pensatori che non hanno retto al fascino perverso del nazifascismo o del comunismo liberticida.
Si è trattato di un vero e proprio crollo etico, derivato dall’illusone che le scissioni sociali potessero essere ricomposte nello stato, attraverso una nuova sicurezza unitaria.
L’ansia di ristabilire l’Uno, di abbattere l’ombra di ogni negatività, di rendere ancora più lontana e trascendente la trascendenza, si oppone e cozza con la sfida complessa della democrazia e del suo vuoto.
Se Heidegger, quindi, conclude la sua parabola (im)politica affermando l’impossibile indeterminato secondo il quale solo un dio ci potrà salvare, l’autentico pensiero democratico, invece, sembra impegnato, di contro, affinché nessun “dio mortale” ci debba più salvare!
E qui entra propriamente in gioco, nel denso saggio di Esposito, il richiamo a Santi Romano, al teorico dell’identità tra istituzione e diritto, al pensatore della crisi dello statalismo (il saggio Lo stato moderno e la sua crisi è del 1909 e il suo capolavoro, L’ordinamento giuridico, è del 1918) che considera il diritto, appunto, eccedente gli ambiti del solo diritto statuale e genealogicamente antecedente ogni norma positiva, imposta dalla Ragione o dal Sovrano.
Il richiamo a questo pensiero giuridico che supera tanto il formalismo kelseniano (tutto chiuso sulla legittimazione autistica della Grundnorm – della norma fondamentale -  insensibile ai fermenti della società) quanto il decisionismo che sacralizza il diritto positivo, serve a Esposito, nello snodo democratico del pensiero di Claude Lefort, per affermare il legame moderno tra diritti umani e potere.
Il trono vuoto, l’assenza del re, l’apocalisse dell’Idea e dell’Uno, favorisce la forza istituente dei nuovi diritti che promanano dalla domanda sociale e dal conflitto, perché tale emersione contraddice non solo il potere costituito, troncandone gli aculei e l’istinto alla durata sine die, ma riporta in auge la dialettica tra legittimo e illegittimo, schiudendo i confini del diritto oltre i limiti della legislazione, attraverso il recupero “politico” della  giustizia, di una giustizia lontana dallo status quo e, quindi, come tale, assenza e pensiero negativo che, nella coazione all’ordine nuovo, diviene - paradossalmente e senza garanzie trascendenti - forza affermativa di un processo istituente fecondo, aperto alla crisi sociale e alla crisi dello stato. Crisi cui solo la democrazia può porre rimedio senza il ricorso alla violenza soffocante.
In democrazia, quindi, il posto del legislatore supremo non è occupato da alcuno e ciò, per fortuna, porta alla continua organizzazione di uno spazio pubblico di uguali, che è o spazio della parola, del dialogo, dell’azione non sottomessa.
Uno spazio pubblico contingente, aperto all’eccezione, che è fonte involontaria del diritto, che schianta lo stato, il potere, sulla forza delle richieste dei nuovi soggetti collettivi, in concorso tra loro, per l’affermazione epocale delle istituzioni libere.

Enzo Musolino

venerdì 29 maggio 2020

http://www.strettoweb.com/2020/05/reggio-calabria-anassilaos-conversazione-strade-vive-filosofia/1018434/


LE STRADE VIVE DELLA FILOSOFIA
percorsi morali e politici per l'oggi

- Hannah Arendt e il "mondo" tra passato e futuro;
- Giuseppe Rensi e lo scetticismo della "morale come follia";
- Carlo Rosselli e il socialismo non marxista;
- Dario Antiseri e l'origine cristiana della laicità politica;
- Agnes Heller e la dittatura sui bisogni;
- Carlo Antoni e il liberalismo filosofico;
- Wilhelm Röpke: il vangelo è di sinistra?
- Carl Schmitt e l'Eurocomunismo;
- La Destra che manca nell'era del Sovranismo "rivoluzionario";
 - Socialisti e liberali, insieme. La buona regola del Riformismo.



LA POLITICA NON VIOLENTA COME “OBLIO”
HANNAH ARENDT E LA LIBERTÀ: UN’ASPIRAZIONE “SENZA PASSATO”

La politica per Hannah Arendt – la politica pura, autentica -  sfida, quando emerge come eccezione inattesa e imprevedibile di libertà e pensiero, il piano di immanenza di una ontologia rassegnata alle dinamiche e alla corrente di un “essere” indecifrabile e vissuto come destino.
Si contrappone, in tal senso, agli sviluppi di un politico – termine neutro ma non neutrale - inteso come conflitto perenne, come origine ostile e fine tragica di una contrapposizione – quella amico/nemico – indirizzata ad avere “naturalmente” la prima e l’ultima parola nell’agone pubblico.
La politica, invece, intesa propriamente dalla Arendt come nuovo inizio autonomo, è un progetto che supera il conflitto, è un diritto che lo giuridifica, un pensiero resistente che, interrompendo lo scorrimento ordinario/biologico – la banalità del male -, tenta di fissare, sempre provvisoriamente, i tratti durevoli di una istituzione, di una forma organizzata nella libertà e non (s)fondata sulla violenza, magari sulla violenza sovrana.
Paul Ricoeur, interprete della filosofa tedesca nel celebre saggio Hannah Arendt, riedito dalla Morcelliana nel 2017, così si esprime: «[…] la politica in quanto tale, è, al di qua della sua perversione totalitaria, un progetto di lunga durata. Tanto per Hannah Arendt i fenomeni economico sociali sono segnati dal cambiamento e dalla variabilità, quanto la politica presenta caratteri per così dire transistorici, che permettono, ad esempio, ai lettori moderni di riconoscere – nel senso forte di reidentificare – in concetti come potere, sovranità, violenza, delle costanti dell’impresa di stabilizzazione della vita in comune degli esseri mortali».
La violenza sovrana, che può giungere al suo acme con la perversione totalitaria, dunque, non può essere la fatalità esatta della politica e della politica; per Arendt, infatti, si impone l’esigenza di un ripensamento che è, in ultima istanza, una critica radicale al pensiero politico della modernità occidentale.
 Così, di nuovo, Ricoeur: «La dominazione, per Hannah Arendt, è un’interpretazione falsificata e falsificante del potere, inteso come potere di obbligazione, come potere dell’uomo sull’uomo. La Arendt, quindi, trae il proprio concetto di potere da un’intensa polemica con la quasi totalità del pensiero politico».
Per la filosofa tedesca, quindi, il potere è altra cosa dalla dominazione, si sottrae al legame stringente tra protezione ed obbedienza, declinato come violenza legittima.
Per Arendt il potere riposa necessariamente sul consenso degli attori politici, sulla libertà di cittadini impegnati in un mondo comune, altrimenti, appunto, meglio parlare di coercizione che, come tale, non è una categoria della politica ma strumento di moltiplicazione della forza naturale, essenza neutra e disumana, potere di asservimento dell’unico o del gruppo.
La pensatrice ebrea, quindi, dicevamo, rompe con la quasi totalità della filosofia politica moderna, inaugurata da T. Hobbes nel contesto dell’affermazione dello Stato-Nazione, e con una precisa definizione di Stato, declinata da ultimo da M. Weber, nel suo saggio La politica come professione, edito da Einaudi nel 1976: «Lo Stato […] consiste in un rapporto di dominazione di alcuni uomini su altri uomini, il quale poggia sul mezzo della violenza legittima (vale a dire considerata legittima)».
Infrangendo lo schema della dominazione, del comando e dell’obbedienza, la Arendt riafferma così l’operatività storica eccezionale di apparizioni politiche frammentate, prive dell’aculeo della violenza.
Non solo l’isonomia di Pericle o la civitas romana con la sua auctoritas in senatu, ma anche l’epifania moderna dell’irruzione di un potere popolare (quindi plurale e autonomo) irriducibile al domino e incline alla libertà: la rivoluzione americana, i consigli operai, i primi soviet, l’insurrezione di Budapest, la Primavera di Praga, le esperienze di lotta non violenta per l’affermazione dei diritti, la disobbedienza civile.
Come è chiaro, non si tratta solo, per la filosofa, di collezionare esperienze storiche disparate, differenti e evidentemente contraddittorie, ma di evidenziare una tradizione diversa, una possibilità altra, un progetto politico radicale sempre pensabile e realizzabile, per quanto inatteso statisticamente.
Ricoeur, ancora, così si esprime: «Qui si vede il lavoro del pensiero della Arendt: consiste nell’esplicitare una aspirazione implicita che, in qualche momento storico privilegiato, ha aperto un varco, interrompendo la tradizione della dominazione […] la Arendt suggerisce che noi abbiamo la nozione di regole che sarebbero direttive senza essere coercitive».   
Il pensiero della Arendt, quindi, allo stesso tempo, richiama alla luce come evento e riconosce spiritualmente, senza precise garanzie storiche di ripetitività però, un retaggio differente, la costituzione del potere umano sul consenso tra uguali che rigenera la convivenza pacifica.
Si tratta dell’elaborazione di tracce – di tracce di trascendenza e assenza - e della segnalazione di irregolarità e di epifanie anomale che non possono essere intese, però, come passato, come riconoscimento diretto di una legittimità sicura.
L’affermazione del potere/azione/libertà/consenso contro la falsità extra politica della violenza si rende presente come trascendimento di senso, come uno sconosciuto inaspettato che, nonostante tutto, può essere pensato e che si realizza.
Non è ontologia politica, non è metafisica ideologica: è il movimento del pensiero (e dell’azione) che tutela regole non repressive e che offre un modello, una via d’uscita alla dominazione, senza l’appiglio di un memoriale e con l’aggancio – virtuale - ad una coazione d’ordine che promana da una dimensione metastorica senza ricordo, perché davvero senza passato.
E’, da sempre, speranza nuova, nuovo cominciamento, condizione umana, futuro, spes contra spem.
Ricoeur, così precisa questo approccio: «la costituzione del potere in una pluralità umana – costituzione pregiuridica per eccellenza, quindi precontrattuale, costituzione che fa emergere come evento il consenso a convivere dalla discussione delle opinioni -, questa costituzione ha lo statuto dell’obliato. Ma questo oblio, inerente alla costituzione del consenso che istituisce il potere, non rinvia ad alcun passato vissuto come presente nella trasparenza di una società cosciente di se stessa e della sua generazione plurale. […] un oblio che non è passato. In questo senso, un oblio che non è nostalgia […] il potere è, nel medesimo tempo, la verità più prossima, costitutiva di ogni istante del convivere attuale, e la più dissimulata – e in questo senso sempre obliata».
L’accento, per l’Arendt impegnata nella riflessione politica, è dunque posto sulla fragilità delle cose umane, sull’oblio, sulla debolezza delle soluzioni messe in forma, sulla facilità e banalità dell’opzione violenta, sempre emergente come baratro e male.
Il flusso storico, come quello naturale, possiede delle caratteristiche ontologiche ferree: ciò che è fatto non può essere disfatto mentre il futuro è condizionato da un automatismo statistico, nel quale, ovviamente, ciò che è prevedibile non è di certo la libertà umana, la capacità di resistenza, ma il concretarsi del negativo, della caducità, della morte, tanto nelle forme naturalistiche di una epidemia virale che in quelle politiche del conflitto militare, interpretato come destino ineluttabile.
Contro tutto questo quali difese può ergere l’eccezione miracolosa della politica altra? Quali forme e categorie può assumere la tradizione carsica che contraddice la corrente ctonia per affermare il mondo? Per affermare, quindi, lo spazio pubblico del dibattito e dell’azione degli uguali e liberi, responsabili per il futuro?
La Arendt risponde, in più passi della sua opera - e in questo articolo ci siamo specificatamente concentrati sui saggi apparsi tra il 1954 e il 1961, raccolti con il titolo Tra Passato e futuro”, editi nel 2017 da Garzanti - che sono il potere di promettere e il potere di perdonare le risposte propriamente umane alle regolarità statistiche del flusso e del dominio.
La promessa reciproca, l’accordo, infatti, incatena ciò che è incerto e che sfugge verso il baratro del conflitto, mentre il perdono scioglie ciò che è legato alla dittatura dei fatti, offrendo l’opportunità politica del nuovo inizio su basi nuove: la ripartenza.
Sono categorie, dunque, sia della vita attiva che di quella contemplativa, veri miracoli che preservano il mondo dalla sua rovina “naturale”.
Miracoli che sfuggono all’accettazione nichilista dell’essere e lascar essere, all’irresponsabilità dell’esilio nel rifiuto dell’impegno e della politica, all’accettazione di un essere per la morte che, in ultima analisi, porta a conseguenze paralizzanti ogni nuova azione, ogni nuovo avvio.
Ed è il nuovo inizio, la natalità, a sfidare davvero la capacità di pensiero e di agire, attraverso la provocazione repentina di ciò che viene al mondo osando l’inosabile.
 Così si esprime la Arendt nel saggio Il concetto di storia nell’antichità e oggi:  
«E’ questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato tra noi».

Enzo Musolino


PRIMUM VIVERE DEINDE PHILOSOPHARI

La richiesta di canoni, di codici e codicilli per misurare millimetricamente la prossimità consentita tra gli individui e l’agognata pretesa di specifiche e casistiche esasperate in calce ai divieti, come per normare ogni passo possibile all’esterno delle nostre case (con cagnolino al guinzaglio o meno), a cosa serve davvero?
Forse, tento un’analisi, ci si lamenta retoricamente della genericità delle espressioni e dei termini, si chiede la “misura legale” della tutela e della paura - magari aggravata da una sanzione specifica e innovativa (il 650 c.p., si dice, non basta) -  perché, in ultima analisi, manca la misura del buon senso, la norma della razionalità che basterebbe davvero a governarci.
E su questo campo si misurano, a me pare, due estremismi che, come tali, si tangono nell’eccesso polemico.
Da una parte, i soliti cattivisti a caccia di untori, di nemici semplici e facili da additare come origine e causa dei nostri mali: ed ecco, ad esempio, la ferocia “social” pan-penalistica che vorrebbe l’esercito in strada pronto a fucilare sul posto il ciclista fuori sede o il familiare in assistenza al supermercato.
Dall’altra, gli ineffabili sacerdoti dei sacri testi, gli astratti azzeccagarbugli che vorrebbero piegare la concretezza alla propria ideologia salvifica e rassicurante.
Tra questi ultimi, alcuni filosofi e giuristi – pochi per fortuna -  pronti a battagliare “sulla carta”, nel senso dello j’accuse contro l’aggressione alla Costituzione, con il ditino liberale (?) puntato addosso ad un’Autorità (importa davvero di che segno?) rappresentata sempre pronta alla deriva fascista e autoritaria.
Al ragionamento dei primi e dei secondi manca, a me sembra evidente, il metro della complessità, l’articolazione degli strumenti del possibile e del dovuto, la modulazione degli interventi, una seria e sana cultura dell’equilibrio e del controllo – che non è moderatismo ma approfondimento della radice delle cose -  che sappia far fronte tanto al becero sostanzialismo quanto al disincarnato formalismo.
Per gli uni, la figura ormai “metafisica” del runner è il nemico, per gli altri è il cavaliere della luce e della libertà; per entrambi è il Governo a sbagliare tutto, a fallire il colpo: o troppo o troppo poco, comunque.
E questo perché, evidentemente, la ricetta giusta esiste ed è la propria e apodittica Verità non accolta per insensibilità, ignoranza o peggio.
Entrambi gli approcci, mi sembra, scontino i riflessi cripto rivoluzionari del mito del “Buon Selvaggio”. Secondo questa categoria rousseauiana, infatti, il cittadino è sempre inerme e buono mentre è l’Autorità, in fondo, ad essere sempre molesta e corrotta.
È chiaro, quindi – seguendo tale assunto - che si manifesta evidente, oggi, la volontà perversa di far infettare il Sud, dietro l’incapacità governativa di arginare l’esodo dei fratelli/criminali di ritorno a bordo delle autovetture zeppe di famiglie e di virus; ed è, per altro, il riflesso dispotico dei “potenti” a bypassare Parlamento e le Leggi per cedere all’arbitrio dei Decreti d’urgenza e dei Decreti del Presidente del Consiglio, intesi come provvedimenti fascistissimi.
Ed invece, il buon senso e la conoscenza della vita e della politica ci dovrebbe far riflettere sul fatto che il Popolo buono in sé non esiste come non esiste il Grande Vecchio e i fantomatici Poteri forti che lucrano sulle disgrazie degli italiani.
Il Governo ha sbagliato in questa temperie? Certo!
Come non sbagliarsi nel bel mezzo di una guerra inattesa e senza precedenti e con un quadro politico complessivamente debole?
Ma è pur vero che il Diritto non è stato deposto dall’arbitrio, che la Costituzione regna tutelata dal suo Custode – il Presidente della Repubblica – e che i decreti urgenti fin qui emessi saranno – nei termini ordinari previsti – oggetto di conversione parlamentare.
Si poteva fare di più e con più forza in Italia? Certo!
E con il senno di poi senz’altro, ma gli stessi riflessi psicologici e di sottovalutazione iniziale li abbiamo visti all’opera in tutti i paesi occidentali coinvolti, alle prese con le plurime e diverse informazioni scientifiche (spesso in contrasto tra loro) e con il pressing e l’emotività dei vari attori sociali coinvolti.
Il modello cino-russo, invece, è bene chiarirlo, in questo è semplice ed efficace: perché la Pravda (la Verità), come è noto, è Una e una soltanto e sicuramente ben armata!
Privi di paraocchi ideologici, mi pare si possa affermare, senza isterie e trionfalismi ingenui, che il Paese sta dando buona prova di sé. Certo, tanti limiti e tanti errori nel passato (il Servizio Sanitario spezzettato nel fallimento del regionalismo inefficiente; l’assurdità dei soldi buttati al macero per Reddito di Cittadinanza e quota 100) ma, complessivamente, nell’emergenza, le Istituzioni, tutti insieme - lo Stato Apparato e lo Stato Comunità -  sembrano tenere, non peggio almeno degli altri Paesi civili: e le scene dei malati di Covid stesi a terra morenti nei corridoi ospedalieri li abbiamo visti a Madrid e non a Milano.
C’è chi grida e chi si indigna è ovvio - e probabilmente è fisiologico e giusto - ma c’è anche chi, nel chiuso della propria coscienza, ringrazia Dio di non aver avuto responsabilità di Governo in questa fase per poter - come da mestiere e carattere - criticare aspramente, per fini elettorali, su quanto fatto e non fatto dagli altri.
A quei giuristi e a quei filosofi assisi nella sfera celeste – e intangibile – dell’Accademia eterna professorale e ai Soloni moderni poveri di prudenza e ricchi di saccenteria, che dire?
Che è stata l’Eccezione imprevista e irruente ad aver deposto la Normalità – il fatto bruto e non la Politica – ed è la decisione sull’eccezione a salvare e a ristabilire, dopo aver sospeso oggi la Norma, il Sistema, domani.
Ed ancora, che la “nuda vita” non è un orpello ideologico per fare bio-politica stantia, ma  è la carne dei sofferenti che non merita di essere sfottuta, derisa e svilita sull’altare della vita spirituale libera e non umiliata dall’Autorità infausta, e ciò perché senza la prima, senza la vita, la salute, la sopravvivenza della carne al male, non ci può essere il Culto del bene e del meglio.
Primum vivere deinde philosophari, sentenziò qualcuno tra i latini e, poi, Hobbes … e non a torto!

Enzo Musolino


IL LIBERISMO NON PROBLEMATIZZATO.
 I RISCHI DELLA DIALETTICA SBAGLIATA AL TEMPO DELLA PANDEMIA

L’economista Stefano Zamagni, presidente della Pontificia accademia delle Scienze Sociali, in un’intervista resa all’Osservatore Romano il 9 aprile u.s. (https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-04/osservatore-romano-zamagni-ecnomia-coronavirus-futuro.html) ci fornisce una buona sintesi della “economia civile”, d’un approccio economico e sociologico davvero interessante – generato all’interno del variegato e proficuo mondo cattolico – che va ad arricchire, a mio parere, le c.d. posizioni terze: quelle riflessioni e quelle prassi che mirano a sciogliere le contraddizioni del capitalismo senza negare valore all’’economia di mercato.
L’operazione, in vero, non è nuova, e ci sono fecondi precedenti che analizzeremo a breve, ma è senz’altro significativo come questa prospettiva possa essere declinata con profitto proprio alle soglie del Mondo che sarà dopo la crisi sociale generata dalla pandemia da Corona-Virus.
È importante, infatti, cercare e tentare vie d’uscita possibili per una necessaria ripartenza che sappia cogliere pragmaticamente un nuovo inizio, interpretato come indispensabile se davvero si vuole che ex malo bonum.
Tante sono le suggestioni di Zamagni: il superamento di un approccio squisitamente centralistico e burocratico delle dinamiche economiche; la promozione della sussidiarietà orizzontale come produzione spontanea e libera di Diritto e di una crescita economica non riduzionista aperta al quadro ideale dello sviluppo integrale della Persona; l’analisi degli errori ideologici del passato che hanno condotto allo status quo ante virus.
Ed ecco, su questo ultimo punto vorrei tentare questa mia analisi critica: sulla compiuta problematizzazione dei meriti e degli errori (concettuali e storici) della fase sociale, economica e politica … di quella liberal-democrazia che siamo stati fino l’altro ieri, i cui fondamenti (anche quelli Comunitari/Europei) sembrerebbero definitivamente scossi dall’emergenza in corso.
Il nemico numero uno per Zamagni è il neo liberismo! Questo l’assunto dell’intervento stampa su indicato. Per Zamagni, il liberismo oggetto di polemica è solo quello di Adam Smith, quello della Mano Invisibile che, indifferente agli sconfitti delle crisi economiche, tende sempre a un equilibrio disincarnato e di matrice evoluzionistica: un equilibrio che distrugge per ricreare senza pietà, lasciando dietro di sé i rottami del processo: i deboli, gli esclusi, i fragili.
Ma è ancora davvero così? Questo è stato il nostro Mondo – la realtà italiana – fino a ieri? I nostri deboli, il nostro Meridione, hanno davvero patito per lo scatenarsi degli istinti della competizione capitalistica? Il problema, ad esempio, sono stati i licenziamenti ad nutum motivati da una meritocrazia esasperata, pronta a sacrificare chi appare sorpassato o, invece, il vero problema, oggi come ieri, rimane la mancanza di posti di lavoro, di imprenditori veri e di crescita? Il deficit di una sana economia in competizione, soffocata dalla gestione di un Potere politico sovra dimensionato e rispondente a logiche interne, faziose, sganciate dal bene comune?
Ed ancora, Il pensiero liberale, al di là delle semplificazioni ideologiche e di un pregiudizio clericale passatista, è davvero ancora quello ottocentesco della Mano Invisibile, del laissez faire laissez passer?
Zamagni nelle sue articolate risposte nel corso dell’intervista, sembra in molti passi invero contraddire – e per fortuna -  il suo stesso assioma, e ciò perché giustamente individua altri e forse più pericolosi “nemici” dello sviluppo italiano: la burocrazia improduttiva, innanzitutto, quella Casta irresponsabile che rigenera se stessa ad ogni crisi, ad ogni cambio di potere; e Zamagni comprende bene, inoltre, come le posizioni di rendita economica siano un altro cancro del Paese.
            Quella rendita che è ostacolo alla mobilitazione delle risorse e degli ingegni e che, nell’ingiustizia ereditata, impedisce la mobilità sociale.
Il tutto aggravato dal fatto che, iniquamente, chi produce valore viene maggiormente vessato in tasse, mentre la classe che detiene patrimoni infecondi trova sempre pronti quegli alfieri della Conservazione che si impegnano per opporsi a qualsiasi operazione – questa sì davvero liberare – tesa a tassare nella misura giusta, per il bene di tutti, successioni e donazioni, le regalie prive di lavoro e sacrificio che imballano il moto sociale.
Zamagni, però, a mio parere, non coglie fino in fondo gli esiti del ragionamento antiburocratico ed invece di spingere – insieme a tutti i sinceri liberali – sul pedale della meritocrazia e della competizione proficua che genera liberazione nell’affrancazione delle risorse e nell’applicazione del principio – davvero redistributivo – della Libertà Eguale e della parificazione dei punti di partenza, torna con forza a delineare come nemico il liberismo economico e, quindi, quella globalizzazione dei mercati che, di certo, con la burocrazia del Leviatano c’entra davvero poco, facendo così il gioco -  senz’altro senza volerlo -  di un rinnovato statalismo ideologico.
Uno statalismo ideologico (anche nell’attuale declinazione sovranista/populista) che ha come obiettivo polemico il liberalismo e il liberismo e la cui affermazione d’agenda politica nella c.d. fase due dell’emergenza  potrebbe riprodurre – senza anticorpi liberali, dunque - quegli errori disastrosi che, soprattutto a partire dagli anni ‘80 del Secolo Breve e fino all’inizio della stagione della UE, hanno condotto - nell’affermazione  del primato della partitocrazia sulla Società - non tanto a crescita e benessere duraturo ma alla rendita, appunto, e alla burocratizzazione interessata dei flussi redistributivi che paghiamo ancora oggi, nelle forme dei potentati locali presenti al Sud, di un regionalismo spendaccione e inefficiente (anche al Nord) e, in fine, con la farraginosità delle risposte finora offerte per affrontare l’emergenza Corona Virus, espressione di un deficit di fiducia che (s)lega lo Stato ai suoi cittadini.
Zamagni, ancora, sembra poi unire, nella critica, tanto il liberismo di Adam Smith quanto l’Austerity europea; aggiungendo paradosso a paradosso. Cosa c’entra, infatti, il presunto “tana libera tutti” dell’egoismo individuale, di una antropologia utilitaristica nemica di qualsiasi tipo di interventismo pubblico, con l’attenzione europea ai conti e al debito sovrano dei suoi membri, con il principio giuridico del pareggio dei bilanci statali, con il Mercato Comune iper tutelato e protetto?
Se, come pure è legittimo, si critica il principio “costituzionale” delle necessarie coperture finanziarie a fronte della nuova spesa pubblica, se si mira, con buon diritto, a ribaltare un’impostazione normativa che pretende di fare i conti con la rimodulazione nazionale della spesa storica – per conformarla al presente – prima di continuare ad indebitarsi sui mercati finanziari, è giusto pure comprendere che non ci si troverà accanto, come alleati in questa battaglia, i fautori liberali del principio di sussidiarietà  e dello spontaneismo sociale; questi ultimi, infatti, hanno tutto da guadagnarci, in termini di sicurezza e operatività della libera intraprendenza, dalla tutela di conti pubblici e dalla salubrità dello Stato/Apparato.
Chi pure in buona fede si sta impegnando nel recitare il de profundis a “questa Europa”, non si ritroverà accanto, quindi, i cultori della società civile pronta a far da sé nel contesto di una maura  Welfare Society che miri – nella libertà e nella responsabilità delle Istituzioni – a superare l’impostazione strettamente hobbesiana e, quindi, sovrana, di uno Stato burocratico e accentratore ma, invece, si accompagnerà all’allegra comitiva delle più varie “cicale”, impegnate in quello “sbilanciamoci”, in quello “stampiam moneta” che vorrebbe il settore pubblico sempre più coinvolto nell’ingigantire il Leviatano, il Dio mortale, la Piccola Patria, per incrementare le rendite degli apparati di potere pronti a gestire in maniera clientelare il flusso di denaro e di prebende da distribuire.
Il tutto, ovviamente, a prescindere dalla salubrità dell’economia reale, dimenticando la regola aurea del far di tutto per incrementarla la “torta” del benessere, senza limitarsi a moltiplicare le fette di un impasto privo di lievito.
Ritornando al liberismo e alla maschera ridotta che ce ne offre Zamagni, appare opportuno, invece, ribadire che – proprio a partire da quelle terze vie pragmatiche, concrete e non ideologiche chiamate nelle crisi a svelare limiti di ogni ideologismo - il pensiero liberale nella sua storia Novecentesca, di certo sollecitato dalla dialettica con le forze più innovative del Socialismo democratico e riformista, ha saputo per almeno due volte affrontare le contraddizioni dell’approccio originario del “lassaiz faire”, per giungere ad un liberismo innovativo e davvero progressivo.
Fu William Beveridge, nel contesto del “nuovo liberalismo” inglese, chiamato a dare risposte all’urgenza sociale prodotta dal Secondo conflitto mondiale, a presentare – nel 1942 – quel celebre rapporto che diede il via alla strutturazione seguente (anche grazie all’apporto dei laburisti) del Welfare State, dello Stato Sociale che, ancora oggi, rappresenta la sintesi augurabile di libertà e sicurezza, attraverso la generalizzazione della National Insurance e della creazione e implementazione del National Health Service.
E solo qualche anno prima, con riflessi e influssi che si sarebbero per fortuna poi ripercossi sulla stagione feconda del miracolo tedesco e italiano post bellico, furono gli Ordoliberisti della Scuola di Friburgo, economisti cristiani come Wilhelm Röpke e Walter Eucken, a innovare il metodo liberale, a salvare e tutelare la Società Aperta contro i nemici di destra e di sinistra (contro conservatori e rivoluzionari alle prese con le proprie teorie salvifiche e/o palingenetiche), ad evitare di buttare via il “bambino della modernità” con “l’acqua sporca” delle sue evidenti scorie, realizzando – proficuamente – un approccio giuridico, fondato sull’Ordo appunto, che scacciò nel passato l’illusione dell’equilibrio automatico del Mercato e ogni illusione anarcoide di matrice utilitaristica, affermando la necessità di coniugare lo “Stato forte con l’Economia sana”, l’intervento normativo di garanzia e tutela con la libertà del moto sociale.
Entrambe le Scuole – nuovo liberalismo e ordoliberismo - sono state come è noto efficaci, vantaggiose e produttive e, con orgoglio, il mondo liberale e quello cristiano democratico possono ben dire, attraverso il welfare state e l’economia sociale di mercato, di avere strutturato – anche grazie allo sviluppo del progetto di Europa Unita – il benessere continentale.
Tutto questo per dire, in conclusione, che ben vengano gli approcci complessi tesi a sviscerare, nella proposta fattiva, i limiti del sistema economico-sociale che con tutti i suoi limiti e le mille contraddizioni è giunto alle soglie della crisi epocale prodotta dal virus pandemico, e ben venga la critica al neo-liberismo della finanziarizzazione astratta e delle grandi concentrazioni economiche di pianificazione privatistica (che nulla ha a che fare, per altro, con le riflessioni fallibiliste e fondate sulle conoscenze diffuse e disperse del massimo esponente della “scuola austriaca”, Friedrich von Hayek), ma occorre pure impegnarsi per problematizzare fino in fondo i concetti espressi, non tagliando i ponti ma riscoprendo le innumerevoli strade ancora non compiutamente percorse, frutto della tradizione fecondissima del liberalismo democratico europeo.
Una Tradizione che ha saputo far guadagnare spazi all’economia e alla Società dei liberi, sottraendoli alle necessità fameliche dei partiti estremistici e eversivi, pronti a piegare lo Stato e le istituzioni alle esigenze faziose di questa o quella minoranza.
Il liberismo, almeno in Europa, è stato anche questo, ed è giusto ricordarlo con rispetto.

Enzo Musolino