lunedì 1 giugno 2009

consonanza

la mistica dei rumori



passa per il silenzio degli occhi abbandonati



su questa mia odierna pace e trascuranza,



in essa tutto si dissolve



e la casa non è più ritorno,



gli affetti non più partenza,



e tu più che amore:




sole.

attesa

domani quando sarà tutto cominciato



questo presente sarà la nostra preistoria



guarderemo indietro ad un tempo senza ruota




ad un fuoco che non brucia

mercoledì 15 aprile 2009

°°° °°°

una notte può durare oltre


il giorno dopo e dopo ancora


tormentare l'anima con il buio.


lo so da oggi - pesce d'aprile


assassino d'amore e muto di vendetta -


lo so da quando - dentro il cuore -


il tuo nome ha generato figli


bellissimi che adorano il padre



e il padre - non più innocente -



s'avvinghia al passato.

giovedì 19 febbraio 2009

cavallo pazzo. un omaggio a Beppino ed Eluana Englaro

l'ultima promessa è caduta, mantenuta,

ora si può spergiurare, si può essere "per la vita",

tu non volevi è certo, lui, forse, t'avrebbe tenuta con sè,

padre uguale agli altri fino in fondo.


ma Beppino t l'ha promesso

e ha legato il suo cuore al tuo rispetto.


Oggi tutto è vecchio e tu, forse, vivi di nuovo,

più simile alle foto dei tuoi vent'anni,

più libera ancora.


"grazie papà", mi viene da dire

e la mia voce vuole contenere la tua,

vuole essere come un cavallo pazzo:

"niente mani più addosso",

diritto in corsa verso l'eterno,

non più in attesa del Padre.

se il mondo mi scivola addosso

non è pioggia, non è pianto,

è il destino delle cose, delle illuse

realtà del tempo,

........."solo ciò che è fermo rimane,

ciò che dura resiste".........

chiamalo pure 'Amore', amore mio;

io dico: la vera vita

....... dove io chi sono? Niente!

........ ed è vero solo ciò che si sente!

l'unjco reale

sei e non sei sempre con me

perchè non sempre penso a noi:

m'affolla la mente il mondo oscuro

e tra le illusioni delle cose

dimentico l'unico reale:

il mio folle amore, il cuore

Cesare Pavese, verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

domenica 1 febbraio 2009

aeronautica

come mai potresti tu vederla


comparve di sotto


ma superiore a noi - in volo - e più alta ...


senza uomini la terra umile


ha qualcosa di silenzioso



e non è pace ...



era scritto sin dalle origini



sulle pareti delle rocce e



sotto i letti dei fiumi:


' la bellezza è sempre per qualcuno'.

domenica 25 gennaio 2009

*** *** ***

tra le pagine vecchie d'una mattina passata dal medico dei confusi


-"ancora manca la ricetta della felicità"-


io aspetto che tu torni dall'urgenza dei miei affanni


per domandarti ancora più cure!



a letto ci voglio stare solo con te,



guariremo le ferite coi baci notturni


e il sonno farà il resto di noi:



farà di te una sposa



e di me il bimbo che ti sono


al seno.


ad una finestra

passa il tempo con me affacciato ad una finestra,


stessi alberi nel profondo degli occhi,


da sempre.


fantasia di immutabilità!!


fantasie di uomini veri e di premi divini.



anche i morti, a noi folli, ci raccontano le loro giornate:



hanno gli stessi panorami nostri,


le stesse sofferenze mute,


gli stessi occhi appesi ad asciugare,


con cui s'inventano la nostra vita.

giorno - da candidato - al seggio elettorale

buone cose tra i seggi giovanili!!


tempo speso per il futuro dei figli


ancora da venire.


ideali da spenderci la vita ed il sonno.


guardo una bella amica ammirarmi .....


.... mi vuole in parlamento!


.. ma io ... perderò alla circoscrizione


e vincerò il suo cuore.

presenza, assenza

chiaro sfuma in nebbia


cielo e terra insieme,


senza misteri;


solo sentieri nascosti


chiusi alla vista, più veri.

rumors

più in fondo, più in fondo
fino al fondo dell'ultima parola
fino al tesoro dell'incomparabile
all'indicibile.
siamo al punto che poesia non è simbolo ..
è qualcosa simile a musica, a schianto ..
piacere e dolore.
per questo questa mia non è poesia:
è coppo che pesca la schiuma
il di più del vero, del giusto
i rumors d'una massa indistinta
la superfice che brilla alla vista
specchi parlanti ed allodole in festa
insieme ingannati.

venerdì 9 gennaio 2009

poetica

Umberto Saba riuscì, forse per primo in Italia, a vivere la poesia come intimo colloquio terapeutico, come medicina necessaria ... boccata d'aria e segreto ultimo di una salute che sfugge.
mandò le sue poesie a don Benedetto Croce che ne colse in parte i veloci e felici movimenti del verso ma ne criticò l'assoluta mancanza di costruzione formale.
fu una critica ingiusta! perchè la poesia di Saba è "costruita" nel senso che oltre il sentimento puro il poeta triestino ricerca sempre la mediazione del pensiero, la riflessione che scopre e chiarifica il mondo, la gente, la vita.
la costruzione formale di Saba non ha mai ceduto completamente alla moda dell'ermetismo e della parola pura ... forse perchè - vero conoscitore dei segreti incoffessabili dell'individuo - capì bene che la purezza non è che l'ultima illusione, l'ennesima maschera della metafisica religiosa.
le forme del triestino hanno il suono dell'amata gènia dei volatili ed il senso profondo d'una tristezza vitale ed umanissima che non lascia spazio al trascendente ascoso.
il superfluo per Saba risiede nel di più e nel di meno ... nel di più del necessario e nel di meno del sufficiente ... per questo il sogno ha poco spazio per Saba, per questo i suoi personaggi tragici non riescono spesso a dormire ... hanno gli occhi sbarrati ed attentissimi sulle ultime speranze dell'amore e sulle inevitabili disillusioni.

sera di febbraio, di U. Saba

spunta la luna.


nel viale è ancora



giorno, una sera che rapida cala.



indifferente gioventù s'allaccia;



sbanda a povere mete.



ed è il pensiero



della morte che, in fine, aiuta a vivere.

martedì 16 dicembre 2008

e senza

ora so (ma non fino in fondo) una parte

del mio destino; so che la morte

si sconta in vita.



ora so (ma non così forte) che

genero parole e senza carne

solo spirito (e sogno) s'impone ai miei giorni

e senza corpo.



.... l'anima manca, l'anima sfugge ....


ora .. non so che (davvero in profondo) agognare un'attesa

contare il tempo perduto che separa l'inseparabile:

ll frutto che cresce dalla pianta,

il futuro del presente.


venerdì 12 dicembre 2008

cuore, di U. Saba

cuore serrato come in una morsa

mio triste cuore,

rallegrati di questa ultima corsa

contro il dolore.



quale angoscia non hai viva abbracciata?

vivo restando?

una piccola cosa ti è bastata,

di quando in quando

Umberto Saba


Goal, di U. Saba

il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non vedere l'amara luce.

il compagno in ginocchio che l'induce,

con parole e con mano, a rilevarsi,

sempre pieni di lacrime i suoi occhi.



la folla - unita ebbrezza - par trabocchi

nel campo. intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

pochi momenti come questo belli,

a quanti l'odio consuma e l'amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.



presso la rete inviolata il portiere

- l'altro - è rimasto. ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasto sola.

la sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

della festa - egli dice - anch'io son parte.

Kierkegaard, il filosofo della malattia mortale


l'incipit de 'la malattia mortale'

"l'uomo è spirito. ma che cos'è lo spirito? lo spirito è il sè. ma che cos'è il sè? il sè è un rapporto che si rapporta a se stesso, oppure è questo nel rapporto: che il rapporto si rapporta a se stesso; il sè non è il rapporto, ma che il rapporto si rapporta a se stesso.
l'uomo è una sintesi di infinito e finito, di temporale e di eterno, di libertà e di necessità, in breve una sintesi. una sintesi è un rapporto tra due. visto così l'uomo non è ancora un sè.
nel rapporto tra due il rapporto è il terzo come unità negativa, e i due si rapportano al rapporto, e nel rapporto al rapporto; così sotto la determinazione dell'anima il rapporto tra anima e corpo è un rapporto.
se invece il rapporto si rapporta a se stesso, allora questo rapporto è il terzo positivo, e questo è il sè".

giovedì 4 dicembre 2008

Miguel de Unamuno


Leòn Felipe


'Nessuno andò ieri'. di Leòn Felipe

nessuno andò ieri,

nè va oggi,

nè andrà domani

alla volta di Dio

per questo stesso cammino

per dove vo io.

a ciascun uomo serba

un raggio nuovo di luce il sole ...

e un cammino vergine

Iddio.

Padre nostro di Paolo Paschetto


Credo poetico di Miguel De Unamuno

Pensa il sentimento, sente il pensiero

Abbiano i tuoi canti nidi sulla terra,

e quando nei cieli s’innalzino a volo

oltre le nubi non si perdano.

Di peso han bisogno, di peso nell’ali;

la colonna di fumo intera svanisce;

la poesia è qualcosa che non è musica,

la pesante solo resta.

Il pensato è, stà certo, il sentito.

Sentimento puro? Chi in questo crede,

del fonte del sentire non è giunto ancora

all’ultima viva vena.

Troppo non ti curare del vestimento;

non di sarto, di scultore è il tuo compito,

non scordare che giammai più bella

se non nuda è l’idea.

Non chi in carne incarna un’anima, tu considera;

è poeta non chi forma dà all’idea,

ma chi dentro la carne anima trova,

dietro la forma trova idea.

Col ciarpame delle formule offusca

A noi la verità la scienza greve;

la denudi con le tue mani, e i tuoi occhi

ne godranno la bellezza.


Linee di nudo tu cerca, chè se pur mediti

D’avvolgerci nel vago della nebbia,

anche la nebbia ha linee e si scolpisce.

Attento, dunque, non le perdere.

Che i tuoi canti siano canti scolpiti,

àncora al fondo nel mentre si impennano;

il linguaggio è pensiero innanzitutto,

pensata è la sua bellezza.

Concretiamo nelle verità dello spirito

Le interiora delle forme transeunti,

sovrana in ogni cosa regni l’idea;

scolpiamo, dunque, la nebbia

martedì 2 dicembre 2008

Tra i respiri l’odore di casa


Il colore pesante delle grida vicine felici


Poi cibo, riposo … e paura della fine.

***

Fu più volte natale ed io sui volti cari andati


Scorsi veggente gli anni della sorda assenza.

***

Oggi in una nuova casa osservo di nuovo passarti amore,


Come una lama, l’offesa del tempo.

***

Osservo stipiti carichi già piangere il mio passaggio leggero


Ed un orologio di ghiaccio sulla parete


Battere, non battendo, il tempo più sacro


L’attimo eterno dei tuoi gesti segnati dal cuore


Scampolo perfetto sul niente,


Sul tutto.

venerdì 21 novembre 2008

All'amore ... per ora

non mi avrai del tutto vita


non sono tutto tuo mondo


come un piede è sulla terra


l'altro sta saltando l'ostacolo più alto


a metà ... sospeso ... dove incontro te


dov'è il tuo posto nel mio cuore ...



il cielo il paradiso non sono solo illusione


ma lo sguardo ostruito che sogna


una certezza che non vive di sensi


la speranza d'un approdo che è solo l'inizio


d'una fine mancata


per ora

giovedì 20 novembre 2008

Domenico Musolino (lo zio d'America)


Ernesto Buonaiuti


Ernesto Buonaiuti

vorrei spendere qualche parola su Ernesto Buonaiuti. Fu un teologo modernista, forse il più grande teologo modernista italiano; cercò dall'interno della Chiesa cattolica di stimolare le ricerche storico scientifiche sulle Sacre Scritture e propugnò un'idea di modernità che intendeva essere "ritorno all'autentico cristiano".
fu scomunicato dalla Chiesa che qualche anno dopo avrebbe firmato con Mussolini i Patti Lateranensi e successivamente fu allontanamento dall'insegnamento universitario perchè si rifiutò di prestare giuramento al fascismo.
corteggiato dai protestanti resistette alle lusinghe proclamandosi profondamente cattolico e una volta ritornata la democrazia parlamentare e sorta la repubblica non gli venne restituita la cattedra perchè una certa interpretazione dei Patti Lateranensi - che vennero trasfusi nella Costituzione - impediva l'assegnazione della docenza ad uno scomunicato.
morì quasi dimenticato e sul letto di morte resistette infine ai tentativi di indurlo ad una sconfessione post mortem dei suoi scritti.
per me è semplicemente un eroe ... un vero cristiano ed un uomo di profonda spiritualità votata all'autentico ed al genuino, di lui mi piace ricordare un pensiero che ho potuto conoscere l'anno passato leggendo un articolo a lui dedicato dalla rivista Umanitas:

"la verità non è data dalla concordanza di reale e razionale ma dal rapporto tra il concetto espresso e il profondamente vissuto"

mercoledì 5 novembre 2008

il Cristo di Velazquez


ed affama la vita


non so cosa possa accadere solo un passo innanzi ....

mai come oggi non so il sole ..... e se il domani .......

"la prova più dura alla fede è il dolore degli innocienti"

e non ci sono parole più autentiche del silenzio

..............................................................................
!ho paura!

ho paura padre, madre, fratelli

ho paura .. amore .. che tu possa finire ...

come finisce un giorno perfetto, un mondo consunto

e passare tra i ricordi sottile come una lama

invisibile luce che nutre i sogni

ed affama la vita.

domenica 2 novembre 2008

il Cristo di San Giovanni della Croce di S. Dalì


nel testo "lo sfondo filosofico della fisica moderna" di Heisemberg, un pensiero di Bohr

"il senso della vita consiste nel fatto che non ha alcun senso dire che la vita non ha senso"

Nietzsche e Kierkegaard di Von Balthasar in Apocalisse dell'anima Tedesca

"Il nostro rapporto verso Dio è solo non-verità, grida Nietzsche. Sì, risponde Kierkegaard, e lo diventa sempre di più, quanto più noi abbiamo a che fare con Lui. Ma il rapporto di Dio con noi è verità - nostra verità!- La verità è in noi, non viene dal di fuori, replica Nietzsche. Dio è in noi, viene dall'interno dentro di noi, fa eco Kierkegaard. Allora Dio è il mio fondo dell'anima, ritiene Nietzsche. Allora è il fondo della mia anima l'apertura sorgiva verso Dio, risponde Kierkegaard."

il Cristo giallo di Gauguin


giovedì 30 ottobre 2008

Sciopero!

oggi la scuola italiana è in sciopero, si ferma per protestare .. si fermano non solo i ragazzi ma, finalmente, anche i professori, gli amministrativi i collaboratori.

da molte parti ci si chiede il perchè; lo stesso governo 'furbescamente' si interroga sui motivi della protesta di tutta la scuola e dell'università, posto che il contenuto del decreto Gelmini ha ad oggetto 'solo' la scuola elementare, l'accorpamento di 'piccoli' istituti di montagna, la fusione di 'antiche' classi di concorso, l'annuncio di tagli triennali.

il problema vero, la ragione della protesta, infatti, non trova fonte tanto nel contenuto del decreto - anche se detestabile se si pensa ad esempio al passo indietro del 'maestro unico', in un mondo così complesso che richiederebbe una pluralità di approcci e di carismi .. anche alle elementari - ma nei metodi dell'intervento normativo e nella sua 'causa prima'.

proprio di questo mi sento oggi, da scioperante convinto, di parlarvi.

l'economia è in criri, la finanza paga i suoi automatismi disumani, le famiglie sono sempre più alle prese con i problemi quotidiani .... e a chi si fa pagare questa crisi di sistema?

non agli oligarchi, non ai baroni di tutte le corporazioni, non agli speculatori ma, al contrario, si colpisce una istituzione, la scuola, che di certo non ha bisogno di tagli, posto che da almento 10 anni ogni finanziaria propone 'cure dimagranti' alle quali, però, non corrisponde una 'riforma per il futuro' che affronti i reali problemi di una comunità pubblica che ancora oggi, attraverso gli esempi dei suoi uomini migliori, si pone come argine al consumismo, allo smarrimento delle coscienze, alle istanze spesso distruttive di tanti giovani 'senza famiglie alle spalle'.

per superare la crisi del '29 l'america del new deal, nel tentativo di influenzare positivamente le coscienze offese di tanti cittadini alle prese con il dissolvimento dei i propri risparmi e del futuro, si impegnò in investimenti pubblici 'in deficit' apparentemente poco produttivi che, al contrario, generarono nuove speranze e nuovi consumi.

dico questo per chiarire che gli investimenti nella scuola non potranno mai essere economicisticamente produttivi, nel senso di una produttività immediata e quantitativa, perchè gli investimenti nelle 'agenzie spirituali', nel corpo docente, nelle strutture, assomigliano tanto agli investimenti diseconomici del new deal, allorquando migliaia di operai disoccupati vennero occupati in scavi e nella movimentazione terra senza sapere bene quali sarebbero potuti essere i ritorni di tali iniziative apparentemente assurde.

lo si fece per incoraggiare i padri di famiglia, per non abbandonare le famiglie, per dimostrare che le istituzioni, anche in un periodo di crisi economica, sono in grado di rinnovare la società affidandosi alla operosità dei propri cittadini.
ecco, l'investimento nella scuola pubblica, la spesa pubblica in istruzione, è un investimento che smuove la società, che si appella soprattutto alle capacità delle famiglie più povere e che aiuta a non sentirsi soli.

io immagino una scuola dove le riforme siano epurate dalla parola 'tagli' .. immagino una scuola dove gli insegnanti, liberi dagli incubi del precariato a vita, siano più liberi di occuparsi della cura spirituale dei ragazzi anche attraverso l'esempio di una scelta professionale riconosciuta ed apprezzata dalla società e non svilita da stipendi da fame e dalla mancanza di certezze per il futuro.

come si fa, infatti, ad affrontare il nichilismo post moderno dei ragazzi cresciuti a pane e disinteresse, come si fa a propugnare scelte di sacrificio e di legalità, come si fa a combattere le lusinghe dell'antistato quando l'esempio di autorevolezza, di successo e valore sociale che si dovrebbe incarnare è, invece, vittima di un sistema che mette ai margini professori e maestri, che svilisce lauree e specializzazioni sull'altare del risparmio economico e delle esigenze di cassa ...

ecco per cosa scioperano i professori e gli altri operatori della scuola oggi: per le ragioni di un mondo, il mondo della cultura e della cura della prole che ha geneticamente vista lunga e sogni incommensurabili ... come quelli dei nostri ragazzi.

martedì 28 ottobre 2008

solo, fermo, il cuore

cambia la vita .. una telefonata ed accetto ..

valigia, fatica, viaggio: è un veloce passaggio

poi il sonno, i saluti, il nuovo giorno

ed ora di nuovo tra i tempi, tra i luoghi

mi provo per un amore più grande di me

è tutto un vortice di mescola e segni

solo, fermo, il cuore

roccia che pulsa nascosto

attende il regno immerso nell'oro

la mandorla schiusa del trionfo

giovedì 23 ottobre 2008

una poesia d'amore e di dolore di Fabio Palumbo

Se tutto ciò che amavo

è cenere sparsa al vento

se l’urlo che sento dentro

ha il suono di un tonfo sordo

adesso che non credo più alla luna

in fondo al pozzo della mia prigione

se mi sta succedendo tutto questo

vorrei soltanto mettermi per strada

e camminare senza direzione

ma il vicolo cieco del cuore

è pieno di graffiti col tuo nome

mercoledì 22 ottobre 2008

domenica 19 ottobre 2008

"Sulla Rivoluzione" di Hannah Arendt, i concetti fondamentali

con l’esperienza delle rivoluzioni americana e francese, il significato originario di “rivoluzione” viene abbandonato e si riforma il lessico politico. La rivoluzione non è più l’espressione di un moto rotatorio ciclico (come quello degli astri) che restaura le istituzioni politiche conformandole all’originaria purezza, ma diviene movimento irresistibile connotato da novità e violenza.

la rivoluzione americana fu il frutto più coerente dell’illuminismo filosofico in quanto la rivoluzione americana si basava sul valore della libertà d’agire degli uomini. La rivoluzione francese, invece, fu sconvolta dall’evidenza della povertà che dilaniava la Francia e fu scossa da eventi incontrollabili (la furia del popolo in primis) che spazzarono via gli stessi protagonisti. La rivoluzione americana, in sintesi, fu il frutto della libertà mentre la rivoluzione francese fu il frutto di una forza anonima ed irresistibile impossibile da imbrigliare una volta scatenata, e da questa esperienza si aprì la strada nell’800 al culto della Storia e soprattutto della necessità storica.


la rivoluzione francese, con la sua forza travolgente ed ingovernabile attraverso gli strumenti politici del costituzionalismo, influenzò la filosofia di Hegel ed in ultima analisi la definizione della nuova categoria di “necessità storica”; la filosofia divenne filosofia della storia e l’individuo non fu più, come nell’illuminismo, l’attore storico ma divenne il semplice spettatore di vicende molto più grandi di lui. In questo modo, con il passaggio dall’illuminismo della rivoluzione americana allo storicismo della rivoluzione francese, la NECESSITA’ STORICA e non più la LIBERTA’ POLITICA divenne la categoria principale del pensiero politico rivoluzionario, almeno fino alla rivoluzione d’Ottobre (la ririvoluzione bolscevica russa).

i rivoluzionari francesi, inizialmente impegnati nel definire la costituzione politica del nuovo Stato (così come avvenne in America), furono travolti dalla questione sociale, cioè dalla povertà atavica che affamava il popolo di Francia tiranneggiato per secoli dai suoi nobili (in America ciò non avvenne perché la povertà non era povertà di massa come in Europa e il popolo americano era un popolo di piccoli proprietari liberi dalla povertà che agognavano libertà politica) e, così, l’istanza giustizialistica s’impossesso della rivoluzione francese il cui compito divenne quello di dare pane ai poveri ma soprattutto quello di fare giustizia dei tiranni e di scovare i traditori. La necessità di procedere alla formazione di uno stato costituzionale, di una repubblica governata da leggi certe e condivise, cedette il passo alla necessità di venire incontro alle istanze sociali e di vendetta del popolo; si dimenticò il concetto politico del consenso e della rappresentanza politica per accogliere la categoria della Volontà Generale del popolo che in quanto tale, cioè in quanto popolo povero e sfuttato, diveniva portatore di valori superiori e depositario della Verità. In questo quadro le istituzioni politiche, cioè le costruzioni metafisiche ed astratte dove i conflitti politici trovano soluzione nella mediazione come nell’AGORA’ greca, vengono considerate astrazioni fittizie dove si nasconde la corruzione e l’interesse particolare del singolo. L’egoismo individuale venne considerato come il virus malvagio che distrugge la società. Il mondo prepolitico, presociale, naturale, (secondo l’insegnamento di ROUSSEAU) apparve ai francesi come un eden perduto dove dominava la bontà e la virtù mentre il mondo civile, imbrigliato nelle istituzioni politiche, apparve il regno della corruzione e del vizio. I padri costituenti americani, invece, furono consapevoli del fatto che solo in un quadro sociale governato dalla legge, ossia dall’istituzione politica condivisa, è possibile lo sviluppo della virtù pubblica e della libertà. Da quanto detto sembra che gli americani adottino l’insegnamento di Hobbes sulla necessità di devolvere i diritti naturali al Leviatano per vederseli restituire sottoforma di diritti civili garantiti e tutelabili.

la rivoluzione francese, presa dall’ingente problema della questione sociale, si disinteresso gradatamente delle forme di governo (e della realizzazione della libertà politica) per affrontare il problema della povertà ma non con gli strumenti della tecnica ma con gli strumenti politici della violenza e della vendetta e così dimenticarono il vero scopo di ogni rivoluzione di successo: “L’instaurazione della libertà” e, così, piano piano persero la rivoluzione.


la forma di governo instaurata ad Atene fu in definitiva una ISONOMIA, cioè un sistema di non-governo (nel senso di confusione voluta ed auspicata tra governanti e governati) dove non esisteva differenza tra governanti e governati. Le tre principali forme di governo: monarchia, oligarchia e democrazia sono conosciute dagli ateniesi che ne individuano le possibili degenerazioni. L’ISONOMIA si fonda sull’ appartenenza ad una cittadinanza, ad una cosa pubblica. La libertà e l’uguaglianza non sono caratteri naturali dell’uomo (che nello stato di natura non è né libero né uguale) ma sono il frutto civile dell’appartenenza ad una comunità politica, ad una costruzione artificiale fondata sulle leggi: la POLIS; quindi i greci conoscevano bene l’importanza delle istituzioni politiche e dello spazio politico (L’AGORA’) come elementi necessari per la fondazione della libertà e della giustizia.

la questione sociale secondo la ARENDT va affrontata con gli strumenti asettici della tecnica e non attraverso metodi politici ed ideologici come invece hanno tentato di fare prima i rivoluzionari francesi e poi i rivoluzionari marxisti. L’ARENDT apprezza il primo Lenin che spiega le finalità della rivoluzione d’Ottobre con la frase “elettrificazione più soviet”, cioè Lenin vuole dire che il problema sociale verrà risolto con uno strumento tecnico cioè l’elettrificazione (il progresso tecnico asettico) mentre la libertà verrà instaurata con lo strumento politico di una nuova organizzazione sociale della partecipazione e del consenso : il soviet (i soviet amore erano delle comunità di lavoratori autoorganizzate senza capi e costituirono nella prima fase della rivoluzione russa il nucleo del potere rivoluzionario autenticamente democratico e partecipativo). In tal modo il primo Lenin sconfessa Marx e separa l’economia dalla politica, l’instaurazione della libertà dalla questione sociale. Peraltro anche il rivoluzionario americano Jefferson parla di soviet, o meglio di TOWN SCHIPS, ossia di repubbliche elementari, di consigli partecipativi.

la teoria politica ottocentesca e novecentesca è stata asservita al rivoluzionarismo francese e concepì tutte le rivoluzioni come movimento di popolo per liberarsi dalla fame (questione sociale) ma l’esperienza insegna che questo incipit rivoluzionario se non convogliato da un’attenta istituzionalizzazione e costituzionalizzazione del potere porta al fallimento e alla dittatura. Se non si è in grado di costruire gli argini politici dove convogliare le diverse istanze politiche si rischia di degenerare nel terrore e nell’anarchia. L’incipit della rivoluzione non deve essere sociale ma politico, la rivoluzione deve mirare alla instaurazione della libertà politica individuale e sociale attraverso la proposizione di nuove forme di governo della Polis. Così avvenne in America.


Robespierre fu travolto dalla questione sociale, dalla Pietà per una moltitudine indefinita che soffriva la fame e che scaldava il cuore avido di sentimenti dei rivoluzionari. La “pietà di massa” impedì ai rivoluzionari di guardare alle persone come individui e si perse il concetto di specificità individuale per perdersi nell’amore o nell’odio di massa. Di fronte alla povertà di tutto un popolo ogni istituzione parve senza valore ed ingiusta. La virtù pubblica trovò la sua fonte non nella libertà politica ma nella sofferenza e nella povertà. Solo il povero è buono, solo il povero è giusto. Proprio perché la virtù dei rivoluzionari è fondata sul valore della povertà e sull’ingiustizia atavica dei pochi sui molti, non si poteva porre limite all’agire pur crudele del popolo mosso dalla volontà generale. Con la rivoluzione francese, la questione sociale ed economica entrò di prepotenza nella agenda politica statuale ma non trovò sfogo e liberazione nei processi formali delle deliberazioni politiche e degli scontri dialettici; i rivoluzionari invece di proporre una via tecnica ed economica per affrontare il problema senza affondare il valore della imparzialità e pacificità delle istituzioni politiche, spalancarono, abbattendole, le porte del politico al problema sociale e ne fu sommersa la casa comune, e solo la violenza sembrò la strada giusta per dare un po’ di sfogo al popolo. I padri fondatori americani, invece, lontani dall’evidenza della povertà più becera che popolava il vecchio continente, rimasero uomini di “principi e di azioni” e non furono presi alla gola dal magone crudele della Pietà. La ragione, in loro, si mantenne forte e scettica, non persero il buon senso e non si lasciarono andare all’utopia che l’Uomo da peccatore fosse diventato un angelo.

nella Francia rivoluzionaria la Pietà, ossia la virtù pubblica fondata sui sentimenti del cuore, porta Robespierre alla consapevolezza della “apparenza di ogni mediazione politica” al timore per l’ipocrisia; gli ipocriti divennero nemici della rivoluzione e il sospetto divenne la regola.


il terrore andava alla ricerca di traditori e di ipocriti, in quanto gli stessi “rivoluzionari del cuore” paventavano di scovare l’ipocrisia dentro se stessi. I potenti rivoluzionari, abituati alla retorica dell’incorruttibilità per aizzare le masse, intuivano la propria ipocrisia ed erano pronti a sospettarla dietro la maschera di chiunque altro. Diverso è il caso della rivoluzione d’Ottobre dove i processi contro gli ipocriti ai traditori si fecero più ideologici e meno sentimentali.

I rivoluzionari francesi succubi della pietà e della compassione che scaturiva dall’irrompere della questione sociale fondarono su questa la Virtù rivoluzionaria e non sulla fondazione della libertà attraverso le forme politiche e le leggi. Per Robespierre non c’è limite alla virtù rivoluzionaria, non ci sono diritti o leggi che possono arginare la Volontà del Popolo. Ai rivoluzionari francesi sembrò da pazzi applicare le stesse leggi a coloro che dormivano nei palazzi e a coloro che dormivano sotto i ponti, le forme legali apparvero prive di senso, esse hanno senso solo nel benessere della società.


in breve possiamo dire che secondo la ARENDT la rivoluzione francese fallì quando si passò dalla ricerca della migliore forma di governo possibile per instaurare la libertà politica alla consapevolezza della bontà intrinseca e generale di un’intera classe sociale: i poveri, i maledetti….. si abbandonò la REPUBBLICA per il POPULISMO.

la vera differenza tra i rivoluzionari americani ed i francesi è che i primi volevano fondare la libertà sulle istituzioni e sulle leggi mentre i secondi volevano liberare il popolo dal bisogno. I primi non permisero a nessuno di violare i diritti civili, i secondi, spinti dalla pietà e dalla vendetta, sancirono il principio secondo il quale tutto è permesso se è nel senso della rivoluzione.


i rivoluzionari americani conservarono ed applicarono il principio liberale della dialettica interna al popolo che non veniva considerato un’unità indistinta mosso dalla fantomatica Volontà Generale. Il popolo era solo una pluralità di voci e di interessi che doveva trovare argine e regole per proliferare all’interno di un sistema costituzionale. In Francia questo tipo di consapevolezza non poteva radicarsi, in quanto il popolo francese aveva in effetti una sola voce… era la voce bestiale che gridava:--- PANE!.... PANE…!.

“i diritti dell’uomo” della rivoluzione francese sono diritti prepolitici, diritti naturali che preesistono a qualsiasi costruzione statuale… appartengono all’uomo in quanto tale… appartengono alla natura umana e su questa sono fondate non sulla cittadinanza, ossia sull’appartenenza alla Polis. I “bill of rights” americani, invece, presuppongono l’esistenza dello stato che attraverso la sua funzione regolatrice e di controllo fonda i diritti civili degli individui e li tutela. L’uomo è libero in quanto è cittadino di uno stato libero. Per i francesi i diritti naturali fondano lo stato e ne costituiscono il fine, per gli americani i diritti naturali in quanto tali non hanno valore in quanto necessitano dell’istituzione politica che li riconosca, li trasformi in diritti civili e li tuteli erga omnes…….. è l’eterno scontro tra Rousseau e Hobbes.


Il prodotto più importante della rivoluzione americana fu la costituzione intesa quale “costitutio libertatis”. Nella costituzione americana viene sancito un diritto: quello alla ricerca della felicità. Sin da subito questo diritto venne inteso come diritto alla felicità individuale, come diritto alla soddisfazione delle passioni personali, ma secondo la Arendt la volontà vera dei costituenti americani era di stigmatizzare il diritto alla ricerca della “felicità pubblica” intesa nel senso della passione civile degli individui alla partecipazione al governo della Cosa Pubblica. La felicità pubblica è la felicità di dire la propria e di contribuire con le parole e le azioni al progresso della repubblica nell’ambito di leggi ed istituzioni condivise. Lo scopo della rivoluzione americana fu senz’altro quello di creare istituzioni e leggi in grado di difendere gli interessi individuali dal potere pubblico (ciò nell’ottica del liberalismo classico di Locke) ma soprattutto lo scopo dimenticato e forse tradito della rivoluzione americana era quello di favorire, disciplinare, diffondere la partecipazione di tutti alla gestione della Cosa Pubblica proprio nell’ottica della Felicità Pubblica. L’individuo nel post-rivoluzione americano ha avuto la meglio sul cittadino.

lo scopo delle ribellioni (pensiamo alla schiavitù) è la liberazione; lo scopo delle rivoluzioni è, invece, l’instaurazione della libertà pubblica; da quando questo scopo si è dimenticato (e lo si è dimenticato a partire dalla rivoluzione francese) le rivoluzioni hanno cominciato a fallire. La ribellione è la lotta naturale di chi è schiavo delle spine del comando e delle necessità fisiche… solo quando l’uomo si libera da queste catene (attraverso la ribellione e il progresso tecnico, scientifico e sociale) potrà regolare con il diritto l’ingresso suo e degli altri nella vita pubblica e nelle nuove istituzioni rivoluzionarie.


i rivoluzionari francesi credettero di aver concluso il loro compito con il Terrore e con la dichiarazione dei diritti dell’uomo. In questa dichiarazione i francesi dicono che i diritti naturali dell’uomo precedono qualsiasi costruzione statuale e che i diritti naturali fondano lo stato e che i diritti naturali sono l’argine contro il potere statuale da chiunque detenuto. Questo è vero e buono ma non è conclusivo; infatti scopo di una rivoluzione non è solo distruggere gli apparati di potere, non è sostituire un potere arbitrario e crudele con l’impotenza, non è svilire le istituzioni civili sottoponendole al giudizio impietoso dei diritti naturali, compito delle rivoluzioni è fondare un nuovo potere, è la costitutio libertatisi cioè la creazione di nuove istituzioni, di nuovi poteri che fondino una nuova cittadinanza, una nuova AGORA’ pubblica dove i diversi interessi e le diverse volontà trovino una sintesi dialettica e all’interno della quale i diritti naturali possano trovare protezione civile.

Il Dolore

ora non potrà che finire così:

'tra le tristi cose della vita ....

senza più un sogno, un eterno sospiro'.

tra i giorni ho cercato sempre lo iato dei tempi.

nel silenzio, nel trambusto, tra i battiti del cuore

spero ancora una volta in una voce...

pur anche senza pace.

sabato 18 ottobre 2008

un Cristo giallo


Aspetto il suo Giudizio, di Giovanni Testori

scende a Provès la pace ...
.... no, che sei tu a scendere,
pace unica e vera,
nella sera che affonda
dalle dolcissime cime
i larici, i pini, i prati
ed i creati figli del tuo amore,
tu, nostra luce,
Cristo,
e nostro cuore.
s'apre il costato
dall'orizzonte giù
fin al precipite grembo della valle
e tutti ci comprende
trinitario figlio
dei laser della colpa trapassato
Contaci le ossa, redentore,
anche le ossa baciaci,
una per una,
e l'anime spose e amanti.
infedeli essendo,
fedeli nella trepida miseria
della nostra indegnità ti siamo
e ti cerchiamo
e ti preghiamo
I bordi sanguinanti
che nessun punto
nè crosta alcuna
riuscirà a richiudere mai
a ricomporre
la demenza del non sapere
se non nell'essere da te voluto,
amato, confessato, perdonato,
saputo, vinto, sposato,
posseduto.
nella negazione di te
dentro la cisterna,
in siepe oscura,
postribolo d'incontri ciechi d'animali,
cinghiale del Padre
m'hai raggiunto
e azzannato.
nei baci di carne che m'hai dato
viziato come ero a carne solo disperata
la Carne vera e ferma ho ritrovato.
non lasciarmi solo,
anima sono,
non più maschio
o maschio nella tua dolce
smemorante delazione.
m'hai deferito al Padre,
in catene d'amore
a Lui mi hai consegnato.
aspetto il suo giudizio
mentre, scheletro già nudo,
di saliva immonda ti riempio,
mordo le tue gengive,
indegno cane
t'offro la mia cenere
T'amo

Il ruolo politico, teologico ed estetico dei greci di Calabria durante la disputa sulla venerazione delle Sacre Icone che coinvolse l’Impero Bizantino

Nel periodo che va dal V all’XI secolo d.C., la Calabria fece parte dell’ Impero Romano d’Oriente come “Tema dell’Impero,” ossia come una Provincia governata da un capo militare, lo Stratego, e, sotto l’influenza di Costantinopoli, la Calabria riscoprì le proprie origini culturali greche divenendo, nell’Occidente ormai dominato dai barbari, uno dei pochi avamposti della civiltà greco-romana ormai in disfatta dove, grazie al diffondersi della lingua ellenica, gli intellettuali del tempo, i monaci, potevano ancora disquisire di problemi teologici e trinitari alla luce delle categorie neoplatoniche ed aristoteliche.
In questo lungo lasso di tempo, alcuni avvenimenti causarono una massiccia emigrazione di monaci cristiani di rito greco verso la Calabria bizantina.
A partire dal VII secolo, infatti, il sorgere della potenza arabo-musulmana mise in fuga molti anacoreti dimoranti nei deserti della Siria, della Palestina, dell’Egitto e della Libia, fuggiti dalle loro terre con il proprio patrimonio culturale per scampare alle persecuzioni e alle conversioni coatte alla religione di Maometto.
Nel secolo successivo, un altro esodo massiccio vide giungere sulle coste calabre numerosi asceti bizantini che, a causa della persecuzione iconoclasta avviata dall’imperatore Leone l’Isaurico, arrivarono nella nostra Terra portandosi appresso le Sacre Icone, alla ricerca di un’Autorità più moderata ed attenta alle esigenze del popolo veneratore delle Sacre Immagini. Infine, dal IX secolo emigrarono in Calabria i monaci siciliani, lasciando alle loro spalle l’occupazione araba.
la Calabria terra di rifugio, dunque, per i curatori spirituali del patrimonio di conoscenze di quell’ “Oriente bizantino” che fu sede delle insegne imperiali del potere Roma ma anche delle tradizioni filosofiche che generarono la cultura occidentale e Patria del primo cristianesimo e di riti, tradizioni ed approcci teologici al mistero trinitario che pervasero secolo dopo secolo la Calabria, innovandone la cultura e la lingua nel senso profondo di un ritorno dovuto alle origini greche della Civiltà della punta dello stivale.
Nella parte interna della Regione, lontano dai grossi insediamenti umani, gli asceti orientali crearono eremi, laure e cenobi, arrecando peraltro notevole beneficio economico alla gente del luogo. Le radici greche della Calabria furono libere di produrre cultura e benessere fino a quando tra il 1047, anno in cui Roberto il Guiscardo si stanziò in Val di Crati, e il 1057, anno in cui Reggio - sede del Tema bizantino - venne conquistata da Ruggero, i normanni soggiogarono la Calabria introducendovi la triste novità del sistema feudale e avviando la rilatinizzazione forzata dei costumi e delle strutture ecclesiastiche, per cementare, così, il rapporto con il Papato di Roma che, ormai in mano all’influenza franco-germanica e a seguito della separazione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente (avvenuta nel 1054), divenne sempre più ostile ai riti e alle tradizioni liturgiche orientali.
La rilatinizzazione culturale della Regione ricevette un forte impulso nel 1091 allorché Papa Urbano II fece giungere in Calabria il celebre S. Brunone di Colonia che, nelle Serre, fondò la Certosa, di rito franco-latino, di S. Stefano del Bosco. A questa nuova fondazione, Ruggero il Normanno fece dono dei beni del monastero greco-ortodosso sul fiume d’Assi, comprendente il casale di Bivongi, terra storica del monachesimo bizantino.
Il fermento culturale e teologico sostenuto in Calabria dai monaci bizantini, nei secoli che precedettero l’arrivo dei normanni, contribuì non solo al diffondersi dei monasteri ma anche al radicarsi di atteggiamenti filosofici ed estetici spesso in contrasto con le decisioni imperiali di Bisanzio, segno di un’autonomia di pensiero e di studi conquistata dai calabresi e che si manifestò pienamente proprio in occasione delle persecuzioni iconoclaste e che vide la Calabria divenire uno dei porti più sicuri per i monaci in fuga con le preziose Sacre Icone.
L’iconoclastia (dal greco eikonoklasmos, distruzione delle immagini) fu un’ eresia cristiana che, con alterne fortune, coinvolse il mondo bizantino tra il 725 e l’842 d.C.
Essa prese spunto indubbiamente dall’influenza esercitata nell’ Impero dagli ebrei, dai musulmani e dalle sette orientali presenti nel suo territorio che condannavano qualsiasi rappresentazione della divinità in forma umana. Oltre a questo, la divinizzazione e la venerazione delle Icone, che si era fortemente sviluppata prima tra i monaci e poi, soprattutto, tra i ceti più poveri ed umili della popolazione, sembrò, principalmente ai dignitari ecclesiastici timorosi, come in ogni epoca, delle passioni popolari, entrare in conflitto con la tradizione biblica, ostile ad ogni forma di idolatria, e con l’insegnamento dei padri della Chiesa.
Esistevano difatti dei casi limite, al confine con l’eresia e il paganesimo, in cui veniva esaltato il significato divino dell’Icona attraverso riti estremi, come quello di bere, durante la sacra Eucaristia, parti del divin dipinto, credendo in sue proprietà taumaturgiche e medicinali. Alcune Icone venivano a tal fine perfino spacciate come dipinte mediante l’intervento divino.
Tutte queste perplessità e critiche al culto delle Immagini vennero raccolte dall’Imperatore Leone III (717-741), fondatore della dinastia isaurica, che lanciò una campagna moralizzatrice della Chiesa, pubblicando nel 726 un Editto con il quale dichiarò il culto delle Immagini Sacre alla stregua di quello degli idoli pagani e ne ordinò la distruzione nelle chiese. All’Editto seguirono disordini in tutto l’impero che coinvolsero larghi strati della popolazione e i monaci che erano i reali custodi e spesso i creatori delle Sacre Icone. Questi ultimi, come sappiamo, cominciarono ad emigrare in Calabria portando con loro le Sacre Immagini.
A favore delle Icone scese in campo il Papa di Roma Gregorio II (715-731), il quale era convinto dell’efficacia educativa delle Immagini, soprattutto in un epoca in cui l’analfabetismo era endemico nella popolazione di tutto il mondo conosciuto, e, così, si impegnò in una fitta, quanto inutile, corrispondenza epistolare con Leone che in modo intransigente rimase sulle proprie posizioni iconoclaste e passò alla contro offensiva.
Per rappresaglia contro il Papa che difendeva così strenuamente gli iconoduli (i difensori delle immagini), Leone III strappò la Calabria alla giurisdizione ecclesiastica romana, sottoponendola direttamente a quella di Costantinopoli, anche per mantenere meglio sotto controllo una popolazione, quella calabrese, che sì parlava il greco e applicava le tradizioni liturgiche orientali ma che, contro le decisioni imperiali, era in maggioranza iconodula.
La furia iconoclasta dell’Imperatore, con il passare del tempo, si sviluppò perfino in un rifiuto dell’intercessione dei santi, alla ricerca di un cristianesimo forse originario e più spirituale ma che disconosceva, elitariamente, secoli di devozione popolare, non comprendendo che l’afflato religioso si trasmette generazione dopo generazione non per le elucubrazioni dottrinarie di colti teologi di Palazzo ma attraverso il sentimento della gente comune.
La polemica dottrinaria e quella politica non cessò né con la morte del Papa Gregorio II - poiché il successore San Gregorio III (731-741) continuò la battaglia a difesa delle immagini con uguale vigore - né con la morte dell’imperatore Leone III, perché il figlio Costantino V Copronimo (741-775) fu un persecutore di immagini anche più accanito del padre. Nel 754 Costantino convocò un Concilio chiarificatore a Costantinopoli, al quale tuttavia si rifiutarono di partecipare il Papa di Roma e i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e che ovviamente si concluse con la conferma della condanna delle Immagini Sacre e diede luogo ad una nuova persecuzione nei confronti dei monaci e a nuove ondate migratorie verso la Calabria.
L’iconoclastia scese di tono, nelle persecuzioni e nelle violenze, durante il regno del figlio di Costantino V, Leone IV (775-780), grazie soprattutto all’opera dell’imperatrice Irene, segretamente favorevole alla venerazione delle immagini. Nella qualità di reggente del figlio minorenne Costantino VI (780-797), Irene fece riaprire i monasteri e riammettere le Immagini Sacre nelle chiese. Irene, inoltre, convocò, nel 787, il secondo Concilio di Nicea dove fu dichiarata l’adesione alla dottrina della venerazione delle Immagini, esposta in una lettera inviata - all’imperatrice - da Papa Adriano I (772-795), nella quale si chiariva che le Immagini venivano venerate (proskynesis) non con la stessa adorazione (latria) dovuta a Dio e che l’onore a loro dovuto era comunque trasposto verso il Santo ossequiato.
27 anni dopo Nicea, la campagna iconoclasta riprese, con nuovo vigore, sotto l’imperatore Leone V l’Armeno (813-820), il quale fece rimuovere nuovamente le immagini sacre dalle chiese e dagli edifici pubblici, poiché si era convinto che le sfortune contingenti dell’Impero erano da attribuire ad un giudizio negativo di Dio sulla venerazione delle immagini.
Fu esiliato anche san Teodoro Studita, ideatore del concetto dell’equivalenza tra iconoclastia e monofisismo (eresia che ammette in Cristo la sola natura divina), poiché – a parere del filosofo – ambedue le dottrine negavano, a loro modo, la natura umana di Cristo che, in quanto solo Dio e non uomo, di certo non poteva essere raffigurato nelle Icone.
Leone V fu assassinato in una congiura di palazzo nell’820, ma i successori, Michele II il balbuziente (820-829) e Teofilo (829-842), perseguitarono anch’essi accanitamente i monaci ormai identificati come idolatri, costringendoli a nuove fughe in Calabria.
Ancora una volta fu un’imperatrice a mettere fine alle persecuzioni, la moglie di Teofilo, Teodora, che, come Irene, fu la reggente per il figlio minorenne - Michele III detto l’Ubriaco (842-867) – e che, come Irene, reinstallò le immagini e liberò i monaci imprigionati, uno dei quali, Metodio, divenne patriarca di Costantinopoli.
Fu convocato, infine, nell’842 un concilio a Costantinopoli, che rinnovò le decisioni di Nicea e portò alla scomunica definitiva dell’iconoclastia.
I monaci orientali giunti in Calabria a seguito delle persecuzioni iconoclaste crearono, in quei secoli difficili, importantissimi centri di spiritualità, svolgendo un ruolo fondamentale nello sviluppo delle Comunità e diffondendo nuovi modelli artistici ed architettonici. Ne sono testimonianza, fra gli altri, il Battistero di Santa Severina (KR), la Cattolica di Stilo (RC), San Marco a Rossano ed, in particolare, Il monastero di San Giovanni Theristis (XI sec.) che si trova nelle campagne del comune di Bivongi (RC), in una vallata sovrastata dalle pareti del monte Consolino, denominata vallata bizantina dello Stilaro. È una zona nella quale tutto parla di monachesimo e di mondo bizantino. Il monastero fu costruito sulle tracce d’un preesistente luogo di culto facente parte degli insediamenti ascetici dei monaci giunti in fuga dall’Oriente e posti sulle pendici del Consolino e delle colline circostanti. Tali insediamenti erano abitati da molti monaci ed erano così provvisti di Saperi, religiosità, misticismo ed arte, da far definire questa zona la “Terrasanta del monachesimo greco-ortodosso in Calabria”.
A seguito dell’evento iconoclastico particolarmente affollata fu anche la montagna del Sellaro, nel comune di Cerchiara (CS), per la caratteristica ricettività delle sue grotte che, in greco, erano dette “tòn armòn” e poi, per assonanza, furono tradotte nell’attuale termine “Delle Armi”. Così nacque, sul Sellaro, il grande ascetario di Sant’Andrea. Questo ascetario delle Armi comprendeva circa 40 monasteri e la sua competenza ecclesiastica si estese su un vasto territorio, situato nella parte orientale del Pollino, che andava dal Sellaro fino a Petra Roseti. Negli stessi luoghi, a quota m. 1050 slm, nel 1440, sorse l’attuale Santuario di Santa Maria delle Armi.
La disputa iconoclastica, come abbiamo detto, riguardò sia la teologia che l’estetica e il suo svolgimento, e la definitiva conclusione con la vittoria degli iconoduli, contribuì allo sviluppo del pensiero estetico medievale come di quello teologico.
I teologi bizantini pre-iconoclasti avevano ristretto il campo d’azione della pittura ai soli temi religiosi, i soli ritenuti legittimi, portando alla scomparsa in tutto l’Impero della pittura profana, così che Cristo e i Santi divennero l’unico oggetto di raffigurazione nei dipinti. L’Icona (eikòn) o Immagine Sacra non rappresentava però i corpi dei Santi venerati ma le anime; Il corpo era solo il simbolo dell’anima. Questo obiettivo estetico venne raggiunto smaterializzando il corpo dipinto, allungandolo, appiattendolo, immobilizzandolo, giungendo quasi a renderlo astratto.
Gli occhi fissi e trascendenti del Santo erano il centro focale del dipinto e, In generale, le intere immagini corporee dipinte dai bizantini non rappresentavano la forma umana ma, attraverso di essa, l’Idea, il prototipo eterno della umanità e della santità.
Attraverso l’ammirazione delle Icone e, soprattutto, attraverso la preghiera dinanzi ad esse, lo spettatore-fruitore dirigeva il suo Spirito verso il mondo immutabile delle Idee ed elevava la sua mente alla contemplazione di Dio. Per ciò si parla a proposito della estetica bizantina pre-iconoclastica di “materialismo mistico” e, così, si può capire perché le Icone furono oggetto di tanta venerazione; esse furono il mezzo spirituale dei bizantini per accedere al Sublime.
La furia iconoclastica, così ostile alla tradizione estetica bizantina (figlia legittima dell’incontro tra arte greca e pensiero cristiano), traeva di converso origine da una dottrina teologica che respingeva la cultura pittorica dei greci, considerata troppo materiale e corporea, per accogliere quella astratta e spiritualistica del mondo orientale; ricordiamo, infatti, che il territorio dell’Impero Bizantino si estendeva ben all’interno dell’Asia. Molti degli imperatori iconoclasti provenivano dalla parte orientale dell’Impero e desideravano un avvicinamento tra i cristiani e i numerosi gruppi che, a Costantinopoli, non approvavano il culto delle immagini, come i maomettani, gli ebrei e i manichei gnostici.
Anche sulla base di questa ultima considerazione possiamo ben capire il perché l’iconoclastia non trovò ingresso nel pensiero teologico e nel sentire popolare dei greci di Calabria che, in opposizione alle nuove teorie della dinastia regnante asiatica, accolsero i monaci in fuga anche perché fedeli alla tradizione teologica ed estetica tradita.
Di contro il ragionamento dei teologi iconoclastici era semplice: la divinità non può essere rappresentata pittoricamente, nessuna immagine può rappresentare la natura della divinità. La rappresentazione pittorica di Dio (perigraphè) non solo è improponibile ma anche inopportuna. Tentarla significa non riconoscere la distinzione tra il divino ed il terreno e giungere all’idolatria.
l’attività degli imperatori iconoclasti, paradossalmente, proprio per questa opposizione irriducibile alla raffigurazione pittorica del divino, ebbe un effetto positivo sull’arte profana - che come abbiamo ricordato era quasi del tutto scomparsa nel mondo bizantino pre-iconoclasta - in quanto sollecitò lo sviluppo di un fare artistico realista e naturalista prima sconosciuto. Costantino V, ad esempio, sostituì nelle chiese di Costantinopoli le scene della vita di Cristo con rappresentazioni di alberi uccelli ed animali.
tutto insomma, tranne che i Santi Ritratti di Dio.