sabato 3 luglio 2010

Pascal e il Dio nascosto

106. Ci sono due maniere di persuadere delle Verità della nostra religione: l'una, con la forza della ragione; l'altra, per mezzo dell'autorità di chi insegna.

Ci si serve non di quest'ultima, bensí della prima. Non si dice: “Bisogna credere questo, perché la Scrittura, che lo afferma, è divina”, ma che bisogna crederlo per la tale o tal altra ragione: tutti argomenti assai deboli, perché la ragione si lascia piegare per ogni verso.

107. Prefazione della seconda parte. Parlare di coloro che si sono occupati di questa materia.

Considero con stupore con quale ardire costoro si accingono a parlare di Dio. Rivolgendosi con i loro discorsi agli increduli, cominciano con il provare la divinità per mezzo delle opere della natura. Non stupirei del loro modo di procedere se rivolgessero i loro discorsi ai credenti, perché è certo [che coloro] che han viva la fede nel cuore vedono súbito che tutto quanto esiste è opera del Dio che adorano. Ma per coloro in cui quella luce è spenta, e si mira a farla rivivere, per quelle persone prive di fede e di grazia, che, pur impiegando tutta la loro intelligenza a cercare tutto quanto nella natura può condurli a tale conoscenza, ci trovano soltanto oscurità e tenebre; dir loro che basta guardarsi intorno per scorgere chiaramente in ogni minima cosa Dio, e addurre, per tutta prova di cosí grande e importante argomento, il corso della Luna e dei pianeti, e pretendere di aver con questo discorso assolto il proprio assunto, questo è dar loro motivo di credere che le prove della nostra religione sian molto deboli. E, infatti, ragionamento ed esperienza m'insegnano che nulla è piú atto a fargliela prendere in dispregio.

Non cosí parla delle cose di Dio la Sacra Scrittura, che pur le conosce molto meglio. Essa dice, anzi, che Dio è un Dio nascosto; e che, dopo la corruzione della natura, ha lasciato gli uomini in un accecamento da cui posson uscire solo per opera di Gesú Cristo: fuori del quale è impossibile ogni comunicazione con Dio: “Nemo novit Patrem, nisi Filius, et cui voluerit Filius revelare” [“Nessuno ha conosciuto il Padre se non il Figlio e colui a cui il Figlio ha voluto rivelarlo”] (Mt., XI, 27).

È quel che c'insegna la Scrittura, quando dice, in tanti luoghi, che coloro i quali cercano Dio lo trovano. Non si parla di una luce che sia come quella meridiana. Non si dice che coloro che cercano la luce in pieno meriggio o l'acqua nel mare la troveranno. Bisogna, dunque, che l'evidenza di Dio nella natura non sia di tal sorta. Cosí, la Scrittura dice altrove: “Vere tu es Deus absconditus” [“In vero tu sei un Dio nascosto”].

(B. Pascal, Pensieri, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino, 1967, pagg. 39-41)

sabato 19 giugno 2010

Erik Peterson

su Erik Peterson

Sto leggendo alcuni testi del teologo cattolico tedesco Erik Peterson, in particolare 'il monoteismo come problema politico' e 'testimoni della verità'.

la vita di questo uomo è stata travagliata sia spiritualmente che nella quotidianità: da protestante divenne cattolico, da ricco a povero, da antinazista divenne nemico della patria, costretto all'esilio.

cosa è che mi ha colpito davvero del suo pensiero?

nella sua risposta alla 'teologia politica' di Schmitt è vero, forse, che non centrò la questione a pieno, disconoscendo le motivazioni giuridiche e 'non valoriali' dell'analisi del giurista tedesco ma è pur vero, a mio parere, che Peterson riconobbe a pieno il pericolo per il cristianesimo che soggiace nel riconoscimento di una analogia 'sistematica' tra rapporti teologici cristiani e dottrine politiche.

................. in fondo è il pericolo già constatato da Kierkegaard, è il pericolo di imbrigliare la forza dirompente della fede nei legacci stretti del mondo... il rischio è quello di divinizzare la terra e la sua storia e di dimenticare la Speranza del Singolo, il suo rapporto con l'Eterno, aldilà di qualunque cultura, di qualunque ideologia, di qualunque pensiero politico attuale od inattuale.

in gioco, a mio parere, non c'è tanto il contrasto tra pensiero reazionario e rivoluzione, in gioco c'è il confronto tra autenticità religiosa e la sua 'scimmia': il cristianismo culturale e il suo potere mondano.

Disconoscere la possibilità stessa di una ‘teologia politica’ cristiana significa, per Peterson, non disconoscere il dato storico del ‘passaggio/trasformazione’ dei concetti teologici in concetti politici di dottrina dello stato … questo, infatti, è un dato realizzato, reale che si accompagna alle dinamiche generali di secolarizzazione e di mutamento delle sfere di interesse delle diverse epoche: dal teologico del ‘500 al naturalistico del ‘600, all’umanistico del ‘700, all’economico dell’800, al tecnico del ‘900 (volendo usare la terminologia tipica dell’analisi di Schmitt) ma significa, più profondamente, disconoscere il legame strutturale che esisterebbe tra cristianesimo e potere, tra fede e ‘giustificazione’ della situazione politica in essere.

Per Peterson, in sintesi, si tratta di ribadire, secondo l’insegnamento Kierkegaardiano, la differenza ‘radicale’ tra rapporti teologici (in primiis la ‘Trinità’) ed esperienze creaturali.

La misteriosa dinamica relazione trinitaria non trova riscontro in terra e, per ciò, lo stesso concetto di ‘monarchia divina’ – quale legame analogico esistente tra monoteismo e potere mondano – appare non solo insufficiente ma addirittura eretico, possibile solo in ambito giudaico (monoteistico) o pagano (politeistico) laddove, cioè, la ‘monarchia divina’ si appalesa possibile nei due estremi del rigido esclusivismo e del sistema burocratico funzionale.

Nulla di tutto questo è possibile nel cristianesimo… nessuna monarchia è possibile dove l’unità della natura si differenzia in tre persone unite dall’identità della volontà…. È il nucleo centrale di un ‘potere’ che non trova analogie in terra e che si può comprendere solo alla luce della fede e del mistero del dogma.

Ogni diverso tentativo culturale e politico sarebbe una forzatura, sarebbe un uso strumentale della religione, il tentativo di non lasciare – come dovrebbe essere – alla fede della creatura la parola ultima sulla storicità della Chiesa e del messaggio evangelico.

In fondo è l’umanissima paura del mistero che inquieta i cercatori di sicurezze mondane alla cui ombra riposare la tragicità di una fede e di una speranza paradossale e buia.

I fautori della ‘teologia politica’, secondo Peterson, sono i veri nemici della escatologia cristiana, del mistero delle ‘cose ultime’ e trovano più immediato e comprensibile riconoscere un ruolo di mediazione a forze storico politiche che, innanzi al dubbio, alle difficoltà, alle aporie, ai disastri del destino umano su questa terra, oppongano la forza di un kat’echon, la ‘forza frenante’ che ci salverebbe dall’anticristo, dal disordine, dall’anarchia………………… ma anche, ed è ciò che si nasconde per primo alla propria coscienza, che ci salverebbe, allontanandola, dall’epifania del Regno di Dio, dal ritorno definitivo di Cristo.

domenica 23 maggio 2010

Alice

non tace per orgoglio la ragione,



'tace per malattia di cuore'



.... ..... ed innanzi al tuo sorriso muore ... ....



ed è per sempre,



come l'amore!

martedì 23 febbraio 2010

di nuovo tu!

è da tanto che non aggiorno il sito... e ne è passata di acqua sotto i 'miei ponti';
innanzitutto... e prima e dopo di tutto il resto ..... mi preme aggiornarvi sulla nascita e sull'attuale ottimo stato di salute della mia piccolina, ALICE.

ora la bambola ha quasi quattro mesi e la mia vita è cambiata senza cambiare, è totalmente diversa pur essendo normale come al solito..... ma come è possibile tutto questo????

forse - e qui mi lancio in una tessi estemporanea - il cambiamento vero, la diversità reale per essere tale, per essere radicale deve essere interiore e spirituale e non lasciare segni visibili all'esterno, non cedere la propria alterità al mondo ma conservarla nel sacro del foro interiore, della coscienza.

.... è sempre più vero -per me - che aldilà delle nostre vicende storiche, oltre il quotidiano, anche oltre la nostra vita e la nostra morte, si muove nell'esistenza un altro tempo che è interiore e metastorico:

è il tempo in cui il protagonista non è solo il nostro io ma la somma di spiritualità che sin dalla nascita ci ha investito e ci ha formato .... in questo tempo si muovono i nostri morti, i nostri desideri, il passato della nostra specie, il futuro della stessa.... e soprattutto Dio....

in tal senso, e solo in tal senso, il tempo metastorico è 'naturale', cioè è proprio della nostra natura umana la dialettica irrisolta tra FINITO E INFINITO e la profonda lotta interiore tra quotidiano ed eternità.

tale spiritualità naturale, tale mitologia universale, tale speranza che muove la nostra storia, si appalesa in tutte le coscienze con la forza di un 'eterno ritorno', come un fiume carsico che scompare e che ricompare nelle nostre vite e che non ci fa essere 'animali felici', esseri mondani rassegnati alla morte.


venerdì 24 luglio 2009

Rudolf Bultmann


alcune frasi del teologo Bultmann

1.) "Solo quando ci sentiamo interpellati da Dio nella nostra esistenza personale ha un senso parlare [...] di Dio."
2.) "Dio diviene accessibile soltanto attraverso la sua rivelazione alla fede che risponde ad essa... Pertanto la teologia protestante deve fortemente ed indissolubilmente ancorarsi al principio che Dio non è visibile che per chi ha fede."
« Non ci si può servire della luce elettrica e della radio,o far ricorso in caso di malattia ai moderni ritrovati medici e clinicie nello stesso credere nel mondo degli spiriti e dei miracoli propostici dal Nuovo Testamento. »
3) "La demitizzazione vuol mettere in risalto l'autentica intenzione del mito, cioè quella di parlare dell'esistenza umana, del suo essere fondata e limitata da una potenza dell'aldilà non mondana, una potenza che non è percepibile dal pensiero oggettivamente. In senso negativo, quindi, la demitizzazione è una critica dell'immagine del mondo propria del mito, nella misura in cui essa nasconde la vera intenzione del mito stesso. In senso positivo è un'interpretazione esistenziale, con cui si vuol chiarificare l'intenzione del mito, che è precisamente quella di parlare dell'esistenza dell'uomo "


Tra i libri di Rudolf Bultmann disponibili in edizione italiana:
Storia ed escatologia - Bompiani 1962
Il cristianesimo primitivo nel quadro delle religioni antiche - Garzanti 1964
Nuovo testamento. Il manifesto della demitizzazione - Queriniana 1970
Nuovo testamento e mitologia - Queriniana 1970
Credere e comprendere - Queriniana 1977
Teologia del nuovo testamento - Queriniana 1985

lunedì 20 luglio 2009

Etty Hillesum


ti aiuterò mio Dio

“C’è in me un pozzo molto profondo. E in questo pozzo c’è Dio. A volte riesco a raggiungerlo. Ma la maggior parte delle volte, pietre e calcinacci ostruiscono questo pozzo, e Dio vi è sepolto. Bisogna allora riportarlo alla luce” (Diario di Etty Hillesum, 26.08.1941).


“Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantiriti niente in anticipo. Tuttavia una cosa mi appare con sempre maggiore chiarezza: non sei tu che puoi aiutarci, ma siamo noi che possiamo aiutare te e, facendo questo, aiutiamo noi stessi” (Diario di Etty Hillesum, 12.07.1942).


Le riflessioni di Etty Hillesum nei giorni in cui sperimenta il dolore più crudo: la persecuzione, il disprezzo sociale, l’abbandono e la morte dei vicini, non cedono al materialismo, alla accettazione del mondo e delle sue regole; Etty affronta la ‘sofferenza dei giusti’ aggrappandosi alla autenticità dei propri sentimenti e alla consolazione dello Spirito.


Nel dolore riscopre i volti di gente sconosciuta e nell’offrire speranza ed amore guarisce le proprie ferite – od almeno cerca di guarirle – e nel far ciò, in ultima analisi, salva il mondo, salva il suo tempo crudele (il tempo della persecuzione nazista in Olanda) e salva Dio.


Etty ci dice che Dio è con noi, soffre con noi e per noi; Egli è dentro di noi e noi in Lui e partecipiamo insieme alla storia della salvezza. Allo stesso modo in cui noi abbiamo bisogno di Lui, Egli ha bisogno di noi (e questo è un pensiero ‘forte’ che ci ricorda – pur in altro ambiente ed in altro tempo – le riflessioni di Heschel); siamo interdipendenti nonostante l’abissale differenza qualitativa che c’è tra Creatore e creatura, l’enorme differenza qualitativa che sussiste tra il tempo dell’uomo ed il tempo di Dio.


Questa vicinanza esistenziale e questa lontananza siderale racchiudono il mistero della vita umana. La Hillesum ci racconta di un Dio che va ricercato e agognato e al quale bisogna appellarsi non per ottenere favori o grazie ma esclusivamente per salvare ‘spiritualmente’ se stessi, per salvare l’umanità dalla rovina che è insita nell’abbandono di Dio, nella sua sepoltura.
In tal senso, il divino si veste delle fattezze dell’autentico: scoprire Dio nella propria vita significa, in breve, liberare la propria veridicità, la relazione, il contatto, l’alterità che mette alla prova la nostra autosufficienza.


Rinunciare a Dio, decidere scientemente di allontanarlo dalla propria esistenza significa, quindi, rinunciare a scandagliare le proprie profondità, significa accontentarsi di soluzioni semplici all’enigma uomo, significa compiacersi di risposte materialistiche e naturalistiche e di un destino di buio che ha la capacità annichilente di travolgere nel ‘non sense’ tutte le nostre azioni, tutti i nostri amori e sacrifici.


Quando ci si accontenta di se stessi, il singolo dimentica l’intima coessenzialità della relazione con l’altro (sia esso il prossimo o Dio) e tenta la strada dell’autosufficienza, della autonoma e affrancata posizione di valori e sensi (così nella vita quotidiana dei sentimenti come nella riflessione filosofica e cosmologica).

Se ciò, all’inizio, può soddisfare l’ego, in seguito - innanzi alla debolezza e alla fallacia del tempo dell’esistenza – il singolo attento e mai pago di domande e di approdi scopre facilmente la friabilità di ogni autonomia umana; autonomia razionale destinata a cadere nel buco nero della morte e dell’annientamento materiale.


Dinanzi al brivido della solitudine, il singolo degenera spiritualmente e se non è capace di abbandono (‘non tutto possiamo, e più della forza può l’abbandono’), di umiltà e di desiderio di amore e di relazione nonostante tutto - nonostante le prove scientifiche, nonostante gli esperimenti che atomizzano e che semplificano ciò che è eternamente complesso - rischia di mutilare definitivamente se stesso, di rinunciare a qualsiasi lotta e sogno e a delegare a strutture tecniche, disumane e tranquillizzanti: ‘il mercato e la società dei consumi’ la capacità di porre indirizzi, di stimolare sogni.


Etty, ancora, mi sprona a queste riflessioni:

C’è in me Dio, ma raggiungerlo è ostico come risolvere l’enigma uomo; Dio è sepolto, l’uomo è sepolto, la verità stessa è sepolta.


Ma, forse, si può vivere la Fede anche in questa oscurità, anzi senza questo buio, questa mancanza dei certezze umane, non ci sarebbe Fede autentica, non ci sarebbe speranza ed abbandono.


Il Dio dei nostri tempi, il Dio che la rivelazione in fieri che accompagnerà l’uomo fino alla fine del mondo, ci fa intuire nel tempo nostro, non può essere solo un ‘Dio tappabuchi’ (il dio della religione classica così tratteggiato da Bonhoeffer), un dio pagano, cioè, al quale ricorriamo per sistemare le cose come ad un orologiaio in possesso di una scienza esatta.


Lo stesso concetto di Provvidenza va ridiscusso, la Provvidenza divina si realizza nel mondo in forme e sensi a noi non comprensibili se non nelle manifestazioni esteriori … è vero che ‘a chi bussa sarà aperto’ ma cosa significa veramente bussare alle porte del divino? E che cosa significa soddisfare autenticamente e, quindi, per l’eternità, la nostra richiesta d’aiuto?


Se non si ‘codificasse’, insomma, una certa ‘impotenza umana di Dio’, una sua ‘umiltà dell’intervento’ (umiltà divina che è il centro del mistero per F. Varillon), non si riuscirebbe a far fronte teologicamente e spiritualmente al dramma delle preghiere non esaudite, alla sofferenza dei giusti, al male nel mondo.


Forse, Dio può fare poco per noi in questa vita da un punto di vista materiale, probabilmente il suo intervento - sempre bramato e auspicato - sarà disatteso nelle vite di molti di noi … e saremo chiamati a custodire la Fede nonostante il silenzio.


In tal senso, il compito dei credenti postmoderni è quello di impegnarsi in un compito abissale: cercare le radici nascoste di Dio dentro noi stessi, scoprire che se abbandoniamo la scintilla di Dio ci ritroviamo più soli, senza speranze, mutili spiritualmente e deboli moralmente.
Senza Dio, senza l’aspettativa di senso, non c’è amore possibile, non c’è forza talmente potente da resistere alle sferzate della caducità, della fatica della esistenza.

Di fronte al silenzio di Dio, al potenziarsi della autonomia della ragione, lo ‘Spirito umano moderno’ ha creduto di poter fare a meno di Cristo e di poterlo sostituire con nuovi idoli, né più né meno di come l’Occidente ha già fatto con i signori dell’Olimpo.

I nuovi idoli sono stati: la scienza esatta, il ragionamento logico, l’idea di verità quale certezza degli enti, il dogma della riproducibilità dell’esperimento quale garanzia di certezza, l’ideologia politica storicista e progressiva… in sintesi, l’io umano ha ‘detronizzato’ finalmente Dio, Prometeo ha creduto di conquistare l’Olimpo; ma quali sono state le conseguenze della maturità raggiunta? L’ansia di riduzione dell’enigma uomo ad una formula semplice e scientificamente valida ha portato il singolo a rinnegare le proprie pulsioni di socializzazione di base (il rapporto con il Padre in primis), comprese quelle spirituali, e a cercare forzosamente di scordare il senso di insoddisfazione che accompagna ogni passo del Mängelwesen (dell’essere naturale difettoso - che egli è - secondo la celebre definizione di A. Gehlen); si è cercato, così, di sostituire le mancate evidenze trascendenti con nuove certezze più prossime, più umane ma il tutto ha cozzato con guerre fratricide, ideologie assolutistiche, partitocrazie autocefale e morte.


La stessa morale, privata dell’origine trascendente e misteriosa di ogni legge, di ogni richiesta divina, è diventata o formalismo giuridico o libertinismo vitalistico e senza speranza.


Cercare un po’ di Dio in noi significa - in un ottica non di potenza e, quindi, in un’ottica mistica e spirituale - cercare l’amore (la relazione, il confronto, la compassione e la speranza) nonostante il mondo cerchi di depravarci, di immiserirci nell’assenza di sogni; in tal senso ‘Amore’ significa anche commozione, spirito, autenticità umana, interdipendenza delle vite, amicizia, aiuto reciproco.


Il nostro tempo non può darci molto, lo stesso Dio non può aiutarci come vorremmo; il perché Egli non intervenga innanzi a tanto male è il vero mistero della Fede, più grande dell’incarnazione e della resurrezione … Egli - si sa - vuole qualcosa da noi, vuole che desideriamo il suo Regno, che non lo dimentichiamo nonostante tutto, nonostante il mondo.


Ecco – secondo l’intuizione di Etty - il nostro compito: salvare Dio, salvarlo prima dentro di noi e poi nel mondo, ricordare agli uomini che la speranza è ancora possibile, che tutto non si riduce nel gioco degli interessi ideologici o economici, che il miracolo della vita grida vendetta di fronte alla nostra società materialistica.


È chiaro che Dio si appella alla nostra forza e alla nostra Fede, lo fa con il silenzio ma anche attraverso l’illuminazione spirituale e poetica che tutti siamo chiamati a coltivare nella nostra vita.


In sintesi, siamo chiamati a non arrenderci al quotidiano, a sognare e ricercare ‘altro’ oltre il predominio e la ricchezza. Ognuno ha la sua strada, ma credo che, in ultimo, quando lo iato tra i tempi sarà colmato, Cristo ci chiederà ragione dei nostri talenti, del dono della vita e il suo metro di giudizio non sarà il metro umano ma quello delle Beatitudini, il metro ‘non esatto’ dell’amore, dell’ amore amato … nonostante tutto!

domenica 19 luglio 2009

Vittorio Messori


una critica (positiva) su "Ipotesi su Gesù" di Messori

da qualche giorno ho terminato di leggere il saggio 'ipoesi su gesù' di Vittorio Messori (testo edito nel '76 ma attualissimo) che ho trovato davvero brillante ed appassionato.
non conoscevo l'opera di Messori ma solo qualche breve intervista sui giornali o in televisione.
dopo la lettura del testo ho confrontato quelle idee degli anni 70 con le ultime cose lette di mesori di questi anni.
in particolar modo - a me pare - che 'ipotesi su gesù' sia un testo dichiaratamente improntato sull'idea di aut-aut, cioè sull'irriducibilità del messaggio cristiano a vicenda meramente mondana e storica.
è vero che - nel testo - messori cerca di mostrarci la storicità del cristo ma in un senso Kierkegaardiano di 'verità eterna che nasce nel tempo' mentre - seguendo l'insegnamento di Pascal - rifugge qualsiasi interpretazione storicistica che riduca l'esperienza di fede ad un percorso razional-culturale come vorrebbero i deisti ieri ed oggi i neocon.
secondo 'ipotesi su gesù' il dio di abramo, di isacco e di giacobbe non è il dio dei filosofi e degli scienziati e la paradossalità del cristianesimo sfugge le riduzioni culturali idealiste che vorrebbero inquadrare il fenomeno cristiano in un progresso preciso con un prima di preparazione e un dopo di approdo.
in sintesi, il testo di messori contesta l'et-et hegeliano, la superba costruzione razionale che tutto concilia e che tutto modera: cristo e cesare, paganesimo e giudaismo, fede e cultura.
'l'et-et' nega la radicalità del cristianesimo e lo inquadra in un movimento culturale e spirituale che lo spiega e lo tempera.... ma 'ipotesi su gesù' ci aiuta a capire la differenza cristiana, l'assudo di una fede che si fonda su un fatto storico: la nascita, la morte e la resurrezione di un uomo nato alla periferia dell'Impero.
tutto ciò premesso, come è possibile che oggi messori - nei suoi ultimi interventi -rivaluti l'et-et? vorrei conoscere le ragioni di questo ritorno all'800 ... ed infine gradirei sapere se messori ritiene il suo 'ipotesi su gesù' un testo 'riformato' o 'protestante' figlio di un periodo ormai superato .. in tal caso mi rassegnerei ad amirare un 'libro unico' frutto di un periodo fecondo ed illuminato del nostro autore.

il pungolo

piegato su di me, come un dono molesto,


dopo tanta pace e morte,


eccolo il dolore di Cristo..


il pungolo della zanzara di dio...


e non c'èpiù pace.


e davvero, forse, tutto finirà...


nulla tornerà di questo quotidiano


che pesa, che tace.


***


sei piegato su di me, mi stringi forte


come un cappio al collo,


e non ho più respiro,


non ho più controllo....


***

tragico, doloroso, fiorisce il Bene;


come una piaga sanguina il pensiero ...


ed eccoli i petali assurdi del dubbio:


"e se davvero tutto finisse nelle braccia del figlio?"

la caccia

non c'è giustizia in questo torto che mi fai ....


perchè non mi abbandoni


a questo tempo, a questo mondo?




ferisci la materia di queste mie membra


con le membra ferite di tuo figlio.....



..... senza parole, senza sentenze, senza prigione.....



con la persecuzione sorda d'una pietà che allarma,



d'una caccia all'inverso



dove l'animale insegue l'uomo ed il suo fucile armato......



"fino al temine d'ogni fuga



alle radici dolorose del cuore


fino all'insensato cadere d'ogni pretesa,


d'ogni ragione".

lunedì 1 giugno 2009

consonanza

la mistica dei rumori



passa per il silenzio degli occhi abbandonati



su questa mia odierna pace e trascuranza,



in essa tutto si dissolve



e la casa non è più ritorno,



gli affetti non più partenza,



e tu più che amore:




sole.

attesa

domani quando sarà tutto cominciato



questo presente sarà la nostra preistoria



guarderemo indietro ad un tempo senza ruota




ad un fuoco che non brucia

mercoledì 15 aprile 2009

°°° °°°

una notte può durare oltre


il giorno dopo e dopo ancora


tormentare l'anima con il buio.


lo so da oggi - pesce d'aprile


assassino d'amore e muto di vendetta -


lo so da quando - dentro il cuore -


il tuo nome ha generato figli


bellissimi che adorano il padre



e il padre - non più innocente -



s'avvinghia al passato.

giovedì 19 febbraio 2009

cavallo pazzo. un omaggio a Beppino ed Eluana Englaro

l'ultima promessa è caduta, mantenuta,

ora si può spergiurare, si può essere "per la vita",

tu non volevi è certo, lui, forse, t'avrebbe tenuta con sè,

padre uguale agli altri fino in fondo.


ma Beppino t l'ha promesso

e ha legato il suo cuore al tuo rispetto.


Oggi tutto è vecchio e tu, forse, vivi di nuovo,

più simile alle foto dei tuoi vent'anni,

più libera ancora.


"grazie papà", mi viene da dire

e la mia voce vuole contenere la tua,

vuole essere come un cavallo pazzo:

"niente mani più addosso",

diritto in corsa verso l'eterno,

non più in attesa del Padre.

se il mondo mi scivola addosso

non è pioggia, non è pianto,

è il destino delle cose, delle illuse

realtà del tempo,

........."solo ciò che è fermo rimane,

ciò che dura resiste".........

chiamalo pure 'Amore', amore mio;

io dico: la vera vita

....... dove io chi sono? Niente!

........ ed è vero solo ciò che si sente!

l'unjco reale

sei e non sei sempre con me

perchè non sempre penso a noi:

m'affolla la mente il mondo oscuro

e tra le illusioni delle cose

dimentico l'unico reale:

il mio folle amore, il cuore

Cesare Pavese, verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

domenica 1 febbraio 2009

aeronautica

come mai potresti tu vederla


comparve di sotto


ma superiore a noi - in volo - e più alta ...


senza uomini la terra umile


ha qualcosa di silenzioso



e non è pace ...



era scritto sin dalle origini



sulle pareti delle rocce e



sotto i letti dei fiumi:


' la bellezza è sempre per qualcuno'.

domenica 25 gennaio 2009

*** *** ***

tra le pagine vecchie d'una mattina passata dal medico dei confusi


-"ancora manca la ricetta della felicità"-


io aspetto che tu torni dall'urgenza dei miei affanni


per domandarti ancora più cure!



a letto ci voglio stare solo con te,



guariremo le ferite coi baci notturni


e il sonno farà il resto di noi:



farà di te una sposa



e di me il bimbo che ti sono


al seno.


ad una finestra

passa il tempo con me affacciato ad una finestra,


stessi alberi nel profondo degli occhi,


da sempre.


fantasia di immutabilità!!


fantasie di uomini veri e di premi divini.



anche i morti, a noi folli, ci raccontano le loro giornate:



hanno gli stessi panorami nostri,


le stesse sofferenze mute,


gli stessi occhi appesi ad asciugare,


con cui s'inventano la nostra vita.

giorno - da candidato - al seggio elettorale

buone cose tra i seggi giovanili!!


tempo speso per il futuro dei figli


ancora da venire.


ideali da spenderci la vita ed il sonno.


guardo una bella amica ammirarmi .....


.... mi vuole in parlamento!


.. ma io ... perderò alla circoscrizione


e vincerò il suo cuore.

presenza, assenza

chiaro sfuma in nebbia


cielo e terra insieme,


senza misteri;


solo sentieri nascosti


chiusi alla vista, più veri.

rumors

più in fondo, più in fondo
fino al fondo dell'ultima parola
fino al tesoro dell'incomparabile
all'indicibile.
siamo al punto che poesia non è simbolo ..
è qualcosa simile a musica, a schianto ..
piacere e dolore.
per questo questa mia non è poesia:
è coppo che pesca la schiuma
il di più del vero, del giusto
i rumors d'una massa indistinta
la superfice che brilla alla vista
specchi parlanti ed allodole in festa
insieme ingannati.

venerdì 9 gennaio 2009

poetica

Umberto Saba riuscì, forse per primo in Italia, a vivere la poesia come intimo colloquio terapeutico, come medicina necessaria ... boccata d'aria e segreto ultimo di una salute che sfugge.
mandò le sue poesie a don Benedetto Croce che ne colse in parte i veloci e felici movimenti del verso ma ne criticò l'assoluta mancanza di costruzione formale.
fu una critica ingiusta! perchè la poesia di Saba è "costruita" nel senso che oltre il sentimento puro il poeta triestino ricerca sempre la mediazione del pensiero, la riflessione che scopre e chiarifica il mondo, la gente, la vita.
la costruzione formale di Saba non ha mai ceduto completamente alla moda dell'ermetismo e della parola pura ... forse perchè - vero conoscitore dei segreti incoffessabili dell'individuo - capì bene che la purezza non è che l'ultima illusione, l'ennesima maschera della metafisica religiosa.
le forme del triestino hanno il suono dell'amata gènia dei volatili ed il senso profondo d'una tristezza vitale ed umanissima che non lascia spazio al trascendente ascoso.
il superfluo per Saba risiede nel di più e nel di meno ... nel di più del necessario e nel di meno del sufficiente ... per questo il sogno ha poco spazio per Saba, per questo i suoi personaggi tragici non riescono spesso a dormire ... hanno gli occhi sbarrati ed attentissimi sulle ultime speranze dell'amore e sulle inevitabili disillusioni.

sera di febbraio, di U. Saba

spunta la luna.


nel viale è ancora



giorno, una sera che rapida cala.



indifferente gioventù s'allaccia;



sbanda a povere mete.



ed è il pensiero



della morte che, in fine, aiuta a vivere.

martedì 16 dicembre 2008

e senza

ora so (ma non fino in fondo) una parte

del mio destino; so che la morte

si sconta in vita.



ora so (ma non così forte) che

genero parole e senza carne

solo spirito (e sogno) s'impone ai miei giorni

e senza corpo.



.... l'anima manca, l'anima sfugge ....


ora .. non so che (davvero in profondo) agognare un'attesa

contare il tempo perduto che separa l'inseparabile:

ll frutto che cresce dalla pianta,

il futuro del presente.


venerdì 12 dicembre 2008

cuore, di U. Saba

cuore serrato come in una morsa

mio triste cuore,

rallegrati di questa ultima corsa

contro il dolore.



quale angoscia non hai viva abbracciata?

vivo restando?

una piccola cosa ti è bastata,

di quando in quando

Umberto Saba


Goal, di U. Saba

il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non vedere l'amara luce.

il compagno in ginocchio che l'induce,

con parole e con mano, a rilevarsi,

sempre pieni di lacrime i suoi occhi.



la folla - unita ebbrezza - par trabocchi

nel campo. intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

pochi momenti come questo belli,

a quanti l'odio consuma e l'amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.



presso la rete inviolata il portiere

- l'altro - è rimasto. ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasto sola.

la sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

della festa - egli dice - anch'io son parte.

Kierkegaard, il filosofo della malattia mortale


l'incipit de 'la malattia mortale'

"l'uomo è spirito. ma che cos'è lo spirito? lo spirito è il sè. ma che cos'è il sè? il sè è un rapporto che si rapporta a se stesso, oppure è questo nel rapporto: che il rapporto si rapporta a se stesso; il sè non è il rapporto, ma che il rapporto si rapporta a se stesso.
l'uomo è una sintesi di infinito e finito, di temporale e di eterno, di libertà e di necessità, in breve una sintesi. una sintesi è un rapporto tra due. visto così l'uomo non è ancora un sè.
nel rapporto tra due il rapporto è il terzo come unità negativa, e i due si rapportano al rapporto, e nel rapporto al rapporto; così sotto la determinazione dell'anima il rapporto tra anima e corpo è un rapporto.
se invece il rapporto si rapporta a se stesso, allora questo rapporto è il terzo positivo, e questo è il sè".

giovedì 4 dicembre 2008

Miguel de Unamuno


Leòn Felipe


'Nessuno andò ieri'. di Leòn Felipe

nessuno andò ieri,

nè va oggi,

nè andrà domani

alla volta di Dio

per questo stesso cammino

per dove vo io.

a ciascun uomo serba

un raggio nuovo di luce il sole ...

e un cammino vergine

Iddio.

Padre nostro di Paolo Paschetto


Credo poetico di Miguel De Unamuno

Pensa il sentimento, sente il pensiero

Abbiano i tuoi canti nidi sulla terra,

e quando nei cieli s’innalzino a volo

oltre le nubi non si perdano.

Di peso han bisogno, di peso nell’ali;

la colonna di fumo intera svanisce;

la poesia è qualcosa che non è musica,

la pesante solo resta.

Il pensato è, stà certo, il sentito.

Sentimento puro? Chi in questo crede,

del fonte del sentire non è giunto ancora

all’ultima viva vena.

Troppo non ti curare del vestimento;

non di sarto, di scultore è il tuo compito,

non scordare che giammai più bella

se non nuda è l’idea.

Non chi in carne incarna un’anima, tu considera;

è poeta non chi forma dà all’idea,

ma chi dentro la carne anima trova,

dietro la forma trova idea.

Col ciarpame delle formule offusca

A noi la verità la scienza greve;

la denudi con le tue mani, e i tuoi occhi

ne godranno la bellezza.


Linee di nudo tu cerca, chè se pur mediti

D’avvolgerci nel vago della nebbia,

anche la nebbia ha linee e si scolpisce.

Attento, dunque, non le perdere.

Che i tuoi canti siano canti scolpiti,

àncora al fondo nel mentre si impennano;

il linguaggio è pensiero innanzitutto,

pensata è la sua bellezza.

Concretiamo nelle verità dello spirito

Le interiora delle forme transeunti,

sovrana in ogni cosa regni l’idea;

scolpiamo, dunque, la nebbia

martedì 2 dicembre 2008

Tra i respiri l’odore di casa


Il colore pesante delle grida vicine felici


Poi cibo, riposo … e paura della fine.

***

Fu più volte natale ed io sui volti cari andati


Scorsi veggente gli anni della sorda assenza.

***

Oggi in una nuova casa osservo di nuovo passarti amore,


Come una lama, l’offesa del tempo.

***

Osservo stipiti carichi già piangere il mio passaggio leggero


Ed un orologio di ghiaccio sulla parete


Battere, non battendo, il tempo più sacro


L’attimo eterno dei tuoi gesti segnati dal cuore


Scampolo perfetto sul niente,


Sul tutto.